giacca peuterey uomo re di Napoli e di Sicilia in

cappotto peuterey uomo re di Napoli e di Sicilia in

CARLO di Borbone, re di Napoli e di Sicilia. Primogenito di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese, nacque a Madrid il 20 gennaio dell’anno 1716. Il diritto, anche se molto incerto, all’eredit di due grandi stirpi in via di esaurimento, i Farnese e i Medici, aveva influito nella scelta della volitiva principessa italiana quale seconda moglie del fondatore della dinastia borbonica spagnola, intorno alla met del 1714, poco dopo la morte di Maria Luisa di Savoia. L’esistenza dei primi due figli di Filippo Luigi e Ferdinando non permetteva ragionevoli aspettative di un trono in Spagna per la discendenza di Elisabetta. Nella genealogia di C. il nome dei Medici figurava fra i rami non molto prossimi; egli, tuttavia, era a Firenze secondo la testimonianza di B. Tanucci “rinomato per successore del Granduca” prima ancora di nascere. Cosimo III, infatti, essendo morto senza prole il suo primogenito Ferdinando, e non avendo speranza di discendenti dal secondogenito Giangastone, si sarebbe assicurato con un rampollo dei re cattolici una discendenza pi che degna. Quanto ai Farnese, il duca Francesco non aveva per erede che il fratello Antonio, mostruosamente obeso e che non prometteva n vita lunga, n posterit politica d’equilibrio in Europa ed altre concrete spinte internazionali favorivano le sorti regali di C.: la creazione nell’Italia centrosettentrionale di un regno pi o meno dipendente dalla Corona spagnola era infatti ben vista da quanti, in Francia come in Italia, temevano il consolidarsi della pesante egemonia asburgica, gi presente a Milano e nel Meridione. Perci quelle aspirazioni dinastiche furono subito recepite dalla diplomazia europea e costituirono per oltre sei lustri uno dei suoi maggiori problemi. C. non aveva ancora un anno e gi un progetto inglese, nel quadro di una soluzione complessiva degli antichi contrasti fra le corti borboniche e asburgica, gli attribuiva il riconoscimento cesareo del suo eventuale diritto sul granducato mediceo e sui ducati farnesiani, sia pure sotto vincolo feudale a vantaggio dell’Impero: riconoscimento, allora, troppo vago, poich erano in vita i legittimi sovrani dei due Stati. Fino a che punto fossero, al contrario, risolute e impazienti le pretese della regina di Spagna, si comprese bruscamente poco pi tardi, il 22 ag. 1717, quando 9.000 Spagnoli sbarcarono in Sardegna, tolsero rapidamente l’isola agli Imperiali e l’anno dopo s’impadronirono della Sicilia. L’audace impresa, immatura dal punto di vista diplomatico, determin la reazione delle altre maggiori potenze europee. La Spagna fu costretta a cedere le due isole e a sottoscrivere, il 17 febbr. 1720, la quadruplice alleanza, che riconobbe a C. il diritto di successione eventuale nei ducati, ma riafferm la loro dipendenza feudale all’Impero.

Il fallimento del colpo di mano militare indusse a tentativi diplomatici e ad adottare l’antico espediente delle unioni dinastiche. Tre matrimoni avrebbero rinsaldato i legami fra le due corti borboniche: alla fine del 1721 l’infanta Anna Maria Vittoria (che non aveva ancora quattro anni, essendo nata il 31 marzo 1717) fu promessa in sposa a Luigi XV e fu inviata a Parigi; due figlie del duca Filippo di Orl reggente di Francia, furono destinate al primogenito del re di Spagna e a Carlo. Questi aveva allora sette anni e Philippe Elisabeth d’Orl principessa di Beaujolais, quarta figlia del duca, uno di pi Il contratto di fidanzamento fu sottoscritto a Parigi il 22 nov. 1722 e subito la promessa sposa part per la Spagna. Ma i tre matrimoni fallirono o ebbero esito infelice in poco pi di due anni: la morte del duca di Orl alla fine del 1723, l’abdicazione del re di Spagna a favore del primogenito Luigi, la morte del giovane sovrano dopo appena sette mesi di regno, il ritorno sul trono di Filippo V sconvolsero i piani dinastici degli Orl indebolirono il loro partito, indussero la corte di Francia a cercare una soluzione pi rapida per il matrimonio di Luigi XV e perci a sciogliere l’impegno di nozze con Anna Maria Vittoria. La rottura, di cui si parlava gi nell’estate del 1724, fu comunicata ufficialmente solo il 9 marzo 1725. in Italia e scontenta del tiepido appoggio francese, non s’era lasciata cogliere impreparata e aveva gi avviato le trattative per una soluzione diversa e in certo senso opposta: l’accordo diretto con Carlo VI, suggellato dal duplice matrimonio delle arciduchesse Maria Teresa e Maria Anna con i due infanti, figli di Elisabetta, C. e Filippo (missione Ripperda). I primi trattati austroispani furono sottoscritti a Vienna il 30 apr. 1725 e non costarono molto all’Impero: la giovane et delle due coppie forniva a Carlo VI il pretesto per rinviare i matrimoni e per non concedere intanto che vaghe promesse. In base ad esse le due corti tradizionalmente nemiche si trovarono a svolgere, almeno in apparenza, la stessa politica per oltre un triennio. Ma mentre a Madrid si coltivavano ambiziosi propositi e bellicosi progetti di guerra, a Vienna si procrastinava e si cercava di attenuare i contrasti. Gli stessi motivi che rendevano impaziente Elisabetta la salute sempre pi malferma di Filippo V e il timore di dover uscire da un momento all’altro dalla scena politica inducevano la diplomazia viennese a far di tutto per guadagnare tempo.

Dopo la morte del duca di Parma, Francesco Farnese (26 febbr. 1727), la condotta di Carlo VI apparve chiara: favorendo il matrimonio del successore Antonio con Enrichetta d’Este, egli mostr di voler continuare ad ostacolare l’avvento di C. nei ducati. A Vienna, non a torto, si pensava che quel primo passo sarebbe stato decisivo per la sorte di tutti i possedimenti imperiali d’Italia. Elisabetta comprese allora che sarebbe stato ingenuo continuare a considerare l’imperatore un interlocutore ben disposto e decise di riavvicinarsi alla Francia e di realizzare fra le due corti borboniche un accordo che apparve, in quei primi anni, non privo di molte riserve mentali e fondato, da parte spagnola, sullo stato di necessit riconciliazione produsse tuttavia frutti concreti il 9 nov. 1729, con la firma del trattato di Siviglia, che costitu per C. un passo importante verso l’Italia: mentre infatti non solo i due regni borbonici, ma anche l’Inghilterra garantivano il suo diritto alla successione su Parma, Piacenza e la Toscana, gli fu riconosciuta la facolt d’introdurre subito nei suoi futuri possedimenti 6.000 soldati spagnoli a tutela dei suoi interessi. Tale spedizione sarebbe stata realizzata, se necessario, con l’appoggio armato delle tre potenze garanti (a cui si aggiunse l’Olanda), entro sei mesi dalla firma del trattato. In realt la politica di pace e di negoziati diplomatici voluta dai governi francese e inglese, e in particolare da Fleury e Walpole, port a lunghi rinvii nell’esecuzione del patto e serv a evitare una guerra che in quegli anni l’imperatore si mostrava deciso a combattere. Egli infatti rinforz i presidi dei suoi Stati d’Italia e, traendo pretesto dalla morte dell’ultimo dei Farnese (20 genn. 1731), fece occupare dalle sue truppe i ducati di Parma e Piacenza, a tutela dei propri diritti.

Fu allora che l’intervento inglese, ottenuto dalla Spagna a Siviglia con il sacrificio di importanti posizioni commerciali e strategiche (la tacita rinunzia a Gibilterra), si rivel decisivo per la soluzione dell’intricato problema. Il mezzo per far valere le esigenze dinastiche della regina di Spagna fu trovato in quelle di Carlo VI: nella sua aspirazione ad assicurare, in mancanza di discendenti maschi, alla figlia Maria Teresa la successione al trono di Vienna, e ad ottenere a questo scopo il riconoscimento europeo del documento che la sanciva, la Prammatica sanzione. L’Inghilterra era disposta a mediare e ad appagare gli interessi dinastici delle corti europee, e a consentime moderate, alternative espansioni in Europa (nel quadro di una politica di equilibrio), in cambio di obiettivi e sostanziali vantaggi economici e commerciali. Approvando la Prammatica sanzione, ch’era stata riconosciuta allora soltanto dalla Prussia, l’Inghilterra ottenne, insieme con la soppressione della Compagnia di Ostenda, che faceva seria concorrenza al suo commercio, l’assenso imperiale all’ingresso di C. e delle sue truppe in Toscana, a Parma e a Piacenza (trattati di Vienna del 16 marzo e del 22 luglio 1731).

Pochi mesi dopo, alla fine di ottobre di quell’anno, una flotta anglo spagnola pot sbarcare a Livorno prima i 6.000 soldati, poi, il 27 dicembre, lo stesso infante, che aveva viaggiato per via di terra, con la sua corte, fino ad Antibes.

Per circa sedici anni il giovane principe era stato al centro della scena politica europea, semplice oggetto della storia che lo riguardava. Venendo in Italia, egli si trovava a dover interpretare in prima persona il personaggio che l’amor materno aveva voluto, e non si pu dire fosse preparato a svolgere quel compito. La tradizionale educazione imposta dalla corte spagnola agl’infanti non era tale da risvegliare vivacit intellettuale, intraprendenza e piacere delle novit in chi era sottoposto a quella cura. Timore amor di Dio e dei padres, innanzi tutto; poco studio, e comunque all’antica; assoluta castigatezza dei costumi; gelosa, quasi fanatica considerazione della propria dignit e della funzione, a cui ogni personale iniziativa doveva essere posposta, ogni altrui pretesa doveva essere sacrificata in obbedienza ad aviti rituali, a minuziosi cerimoniali. Secondo gli usi, C. era stato affidato, fino al compimento del settimo anno, alle cure di un’aya, e poi a quelle di un’intera corte di vecchi nobili, diretti da un ayo di sicura fede: al momento della partenza per l’Italia, il conte di Santisteban del Puerto, Jos Manuel de Benavides y Arag che aveva tutti i pregi, ma anche tutti i difetti, di un hidalgo spagnolo all’antica.

Certo che l’infante, accompagnato da un’enorme notoriet circondato da una aureola di straordinario prestigio e potere, apparve in Italia timido, impacciato, represso, incapace di dire tre parole in italiano, schiavo del personaggio ch’era costretto a interpretare, e che autorevoli custodi guidavano e amministravano rigidamente, in base a direttive tanto rispettose delle forme, quanto prive di sostanziale riguardo per i seri problemi di maturazione intellettuale e di equilibrio psicologico del giovane principe. Specialmente di questi ultimi invece C., dotato di solido intuito, ed edotto dai precedenti paterni e fraterni, a ragione si preoccupava. E furono quei problemi e timori a determinare il suo bisogno di vita all’aria aperta e la sua passione, che parve mania, per la caccia, un’attivit non sconveniente alla figura marziale e tradizionale di un principe, adatta a soddisfare (e, al tempo stesso, a curare) la sua malinconia, utile a liberare le sue giovanili e forti energie fisiche. Ma, innanzitutto, lo spirito tormentato e introverso di C. trovava appagamento ed equilibrio nella profonda esigenza di un ordine morale, in una religiosit sincera, anche se spesso espressa in forme di culto assai semplici e non prive d’ingenuit Di questi atteggiamenti e stati d’animo son testimonianza fedele molte centinaia di lettere ch’egli scrisse, fin da bambino, alla madre, piene di espressioni della pi sottomessa e passiva devozione filiale, e d’invocazioni, ripetute con pari monotona insistenza, ” Dieu, la Vierge et S. Antoine”. Lettere il cui tono assunse vivacit e calore solo quando incominci a porsi concretamente il problema (non pi soltanto politico, ma personale) della scelta di una compagna.

L’arrivo degli Spagnoli in Toscana chiuse una fase diplomatica ma ne apr un’altra non meno difficile e incerta. La posizione dell’infante, posto formalmente sotto la sovranit imperiale, appariva tutt’altro che consolidata e sicura. Carlo VI si mostrava contrario a fornire l’unica garanzia che avrebbe rassicurato la regina di Spagna, il matrimonio con un’arciduchessa, sia pure diversa dalla primogenita. Per esperienza recentemente acquisita, il pacifismo ad oltranza del cardinal Fleury non consentiva sperare in un valido appoggio francese. In questi frangenti Elisabetta Farnese mostr ancora una volta grande decisione: un forte esercito fu posto sul piede di guerra, facendo temere uno sbarco in Sardegna, e fu inviato (giugno 1732) alla riconquista di Orano; C. e la sua corte, in base ad istruzioni spagnole, si comportarono ostentando la pi completa e provocatoria indipendenza dall’Impero; a Firenze, il 24 giugno 1732, in occasione della festa di s. Giovanni Battista, il rituale giuramento di omaggio e obbedienza al granduca da parte di tutte le comunit della Toscana fu ricevuto dall’infante di Spagna non solo come rappresentante di Giangastone, assente, ma in nome proprio e senza alcun cenno alla necessaria investitura imperiale; quattro mesi pi tardi C. (che si faceva chiamare Gran Principe di Toscana), ignorando il divieto di Vienna, si rec a prender possesso diretto dei ducati di Parma e di Piacenza, gi governati per lui dalla duchessa Dorotea, sua nonna materna e tutrice. L’intervento inglese valse a calmare ancora l’indignazione di Carlo VI: ma in questo modo non si usciva da una situazione di stallo. I reciproci sospetti fra le maggiori potenze impedivano si realizzassero schieramenti omogenei,e quindi iniziative atte a superare i molti equivoci su cui riposava la pace in Europa. Serie difficolt vennero inoltre, a partire dall’estate del 1732, alla politica spagnola dal grave peggioramento della salute di Filippo V, crisi che lo avrebbe portato, nei mesi seguenti, ai limiti della follia.

A questo punto un avvenimento imprevedibile costrinse la Francia ad uscire dal suo pacifismo e dal suo isolamento: il 1 febbr. 1733, la morte del re di Polonia Augusto II risvegli l’antagonismo fra Stanislao Leszczyski (la cui figlia, aveva sposato nel 1725 Luigi XV) e la casa sassone regnante, il cui erede, il futuro Augusto III, era sostenuto dall’Impero, dalla Russia e dalla Prussia. Quando i nobili polacchi elessero il candidato sostenuto dalla Francia, il rifiuto asburgico di riconoscerlo come re decise l’intervento dei Francesi a difesa dell’onore della loro regina. Si realizzava cos per C. l’attesa occasione di consolidare e ampliare i propri possedimenti italiani. Interessava infatti anche alla Francia sviluppare la guerra nello scacchiere meridionale, per tenerla lontana dai Paesi Bassi e non coinvolgere gli Anglo olandesi.

Un problema preliminare si poneva alla diplomazia francese: contenere e regolare le pretese spagnole, in modo da poterle conciliare con quelle altrettanto ingorde e pressanti del re di Sardegna. Questi chiedeva per s tutto lo Stato di Milano; la Spagna i regni di Napoli e di Sicilia e d’ingrandire a nord i ducati di Parma e Piacenza, affmch i confini dei possedimenti di C. fossero protetti dalla piazzaforte di Mantova, chiave strategica della pianura padana. Sull’esistenza di questo grave contrasto d’interessi cont anche troppo la diplomazia viennese, certa che il re di Sardegna in nessun caso avrebbe contribuito all’incremento dei possedimenti spagnoli in Italia: perci l’Impero si fece cogliere dagli avvenimenti quasi completamente impreparato, e comunque incapace di difendere validamente i suoi Stati italiani. La Francia riusc invece a superare l’ostacolo diplomatico ricorrendo a una soluzione ambigua: stipul un trattato con Carlo Emanuele III (Torino, 26 sett. 1733) e poco dopo un altro, che segretamente lo contraddiceva in gran parte, con Filippo V (Escorial, 7 novembre).

Altro rimedio non s’era potuto trovare alle inaccettabili richieste di Elisabetta Farnese, che pretendeva, tra l’altro, il supremo comando dell’esercito per Carlo. Tuttavia l’indiretto ed equivoco accordo fra i due principi sulla spartizione dei possedimenti imperiali d’Italia lasciava spazio ai maggiori sospetti e costituiva una pessima base diplomatica per la guerra imminente. Il re sardo, che alla fine di ottobre del 1733 era entrato nello Stato di Milano, trovandolo praticamente indifeso, mostr ben presto di voler realizzare le sue conquiste senza indebolire troppo l’esercito nemico, di cui temeva meno che di quello alleato. Tale comportamento apparve chiaro agli inizi di dicembre, quando, in occasione della resa di Pizzighettone, Carlo Emanuele consent alla guarnigione della piazzaforte di ritirarsi indisturbata a Mantova. Da parte sua la Spagna venne meno all’impegno di partecipare alla guerra nella pianura padana e, senza neppure preavvisare i suoi alleati, fece abbandonare le posizioni sul Po e fece subito marciare il suo esercito (sbarcato a La Spezia e a Livorno, e comandato dal duca di Montemar e da C.) alla conquista di Napoli.

La partenza dell’infante da Parma verso Firenze e poi verso il sud avvenne il 4 febbr. 1734 e fu subito seguita da un primo spoglio degli archivi e delle suppellettili dei Farnese, inviate per il momento a Genova: i ducati furono abbandonati alla difesa di un’esigua guarnigione, e all’insicura copertura dell’esercito franco sardo.

La marcia attraverso la Toscana e lo Stato pontificio avvenne senza altre difficolt che le grandi diserzioni. L’esercito, al momento dell’ingresso nei confini del Regno, il 28 marzo, era forte di 4.500 ottimi cavalieri e di 12.000 modesti fanti, avendo perduto per via 6.000 uomini. Il nemico aveva un’armata male attrezzata, ma, dal punto di vista numerico, di poco inferiore: tale disparit divenne per decisiva poich una parte delle truppe imperiali era ancora in viaggio da Trieste, ed il comando pot disporne troppo tardi, quando gi era fallito il programma iniziale di difendersi ai confini, 5.000 fanti si avviavano a chiudersi nella piazzaforte di Capua, e il resto dell’esercito si ritirava verso il sud. Ulteriore segno della superiorit spagnola fu la presenza nel golfo di Napoli di una grande flotta, che, disponendo di un’assoluta padronanza del mare, minacciava le coste e faceva temere uno sbarco alle spalle della prima linea. La via per la capitale fu pertanto aperta quasi senza colpo ferire, e C., dopo aver atteso in Aversa l’assedio e la rapida resa dei castelli napoletani, Pot entrare il 10 maggio in Napoli, accolto da una popolazione esultante. Gli sviluppi delle operazioni militari consolidarono tale favorevole inizio. Gli Imperiali, demoralizzati e divisi, si ritirarono in Puglia e furono duramente battuti il 24 maggio a Bitonto. La Sicilia si trov praticamente indifesa e fu facile conquista dell’esercito di Montemar. Il 3 luglio 1735 C. fu incoronato nella cattedrale di Palermo re di Napoli e di Sicilia.

La situazione politica dei due regni era stata caratterizzata negli ultimi decenni da due fenomeni a prima vista opposti: da un lato si era verificata una forte dinamica sociale, che aveva rafforzato il ceto civile e l’amministrazione locale a danno delle altre componenti, ed in particolare della nobilt e degli ecclesiastici; dall’altro lato, specialmente negli ultimi anni, a questo rafforzamento dell’amministrazione aveva corrisposto il suo profondo e generale discredito: i metodi del governo viennese avevano prodotto in tutti i ceti grande scontento, che veniva a confermare l’atavica e radicale sfiducia verso la gestione della cosa pubblica. Il primo dei due fenomeni, l’ascesa politica del ministero, proveniva da un metodo di governo gi adottato dagli Spagnoli per tener divise le forze politico sociali e per poterle cos pi facilmente dominare: tale indirizzo trov durante il viceregno asburgico, precise rispondenze nella composita corte di Vienna, dove prevalevano, specialmente negli organismi dell’amministrazione italiana, i profughi catalani e spagnoli, personaggi socialmente sradicati e interessati a esaltare la loro funzione quale unico punto di forza economico e politico. Quanto fosse chiaro e irreversibile l’indicato orientamento della gestione viennese nei confronti della societ meridionale apparve in termini dranunatici in occasione della guerra: secondo l’accusa di uno dei maggiori sostenitori del partito austriaco, Tiberio Carafa, princ
giacca peuterey uomo re di Napoli e di Sicilia in