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GOFFREDO Malaterra. G. è autore di una cronaca in quattro libri che, nella sua edizione più recente, è intitolata De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi ducis fratris eius. Di lui, attivo alla fine del secolo XI, sappiamo solo quanto egli stesso afferma; in particolare egli si presenta come “frater Gaufredus, ab antecessoribus Malaterra agnomen trahens, felici [ed. Pontieri: “infelici”] curso mundano [ habito, ad felicitatis quietis Mariae cum Lazaro fratre resuscitari” (p. 3), riferendosi a un prolungato, e non meglio precisato, impegno nel secolo, seguito dalla pace della scelta di vita monastica.

Una tradizione storiografica diffusa, ma priva di riscontri, vuole che G. provenisse dal monastero normanno di St vroult, lo stesso che ospitò Orderico Vitale. Questi nella Historia ecclesiastica ricorda tra le sue fonti che “Goisfredus monachus cognomento Malaterra hortatu Rogerii comitis Siciliae elegantem libellum nuper edidit”; il mancato accenno da parte di Orderico a una qualifica di confratello per G., nonché il silenzio in proposito dello stesso G., che neppure parla di una sua monacazione in Normandia, non lasciano margini per la identificazione della prima comunità monastica di Goffredo. invece certa la sua origine normanna, confermata tanto dall’appellativo Malaterra (ben inserito nella tradizione onomastica normanna), quanto dal tono complessivo dell’opera, che presuppone una totale identificazione dell’autore con la gente normanna: a loro è costantemente riservato il termine “nostri”, mentre i “Longobardi” (p. 14), come gli “Apulienses” (pp. 14 s.) e i “Calabrenses” (p. 22), per non parlare dei “Graeci” (p. 40), sono tutti “genus semper perfidissimum”. Anche a proposito dei suoi spostamenti in Italia G. è laconico, affermando soltanto “a transmontanis partibus venientem, noviter Apulum factum, vel certe Siculum” (p. 3); se ne può dedurre che in un primo tempo G. si fermò nel Mezzogiorno peninsulare (esclusa la Calabria), indicato dal termine “Apulia”, e in un secondo momento si spostò in Sicilia. Nulla si dice quindi delle soste nei monasteri della Ss. Trinità di Venosa, di S. Eufemia e della Ss. Trinità di Mileto, tradizionalmente a lui attribuite. Sicura è soltanto la sua appartenenza al monastero di S. Agata di Catania di cui era abate il vescovo di Catania Angerio, destinatario della epistola dedicatoria del De rebus gestis. Si può ipotizzare che G. sia giunto in Sicilia dopo il dicembre 1091, quando Angerio, nell’organizzare la diocesi e il monastero catanesi, si preoccupò anche di radunare “monachorum turbam non modicam” (p. 90), al cui interno è lecito collocare Goffredo.

Dallo stesso prologo si desume anche la stretta vicinanza di G. agli ambienti di corte e alla persona del conte Ruggero I. Da questo G. aveva ricevuto precedenti e non precisati benefici e a lui attribuisce direttamente la committenza dell’opera e l’insistenza per una sua rapida conclusione. La trascrizione finale del privilegio del luglio 1098 con il quale il pontefice Urbano II affidava a Ruggero I le funzioni di legato apostolico in Sicilia lascia anche intendere che G. aveva accesso a parte della documentazione di corte; null’altro si può stabilire su eventuali fonti narrative a sua disposizione. La stesura dell’opera va collocata in data non di molto posteriore al 1098, anno conclusivo della narrazione. Infatti, pur parlando della crociata e della adesione di Boemondo all’impresa, G. non dice pressoché nulla delle sorti di questo, né degli sviluppi dell’intera crociata. Ancora, in tutta l’opera non si accenna mai al conte Ruggero I (m. giugno 1101) come defunto, né alle questioni relative alla sua successione. L’unico appiglio per una datazione posteriore potrebbe essere costituito dalla notizia datata 1098: “se impregnavit comitissa Adelasia de comite Rogerio” (p. 105). Con essa si allude a Ruggero II, attribuendo alla sua nascita un particolare rilievo. In realtà si tratta di una glossa confluita malamente nel testo, sia per l’errore nella datazione (la nascita di Ruggero II va posta quasi certamente al dicembre 1095), sia per l’attribuzione del titolo di conte, che implicherebbe l’avvenuta morte di Ruggero I e dell’erede Simone. Al contrario per G. l’erede di Ruggero I è sempre il primogenito del matrimonio con Adelaide, cioè Simone (m. 1105).

Un problema aperto è costituito dall’indicazione errata dell’anno per molti avvenimenti: tendenzialmente si computa un anno in meno, ma senza coerenza. Lo stesso G. si scusa delle possibili discrepanze cronologiche (“si seriatim minus ordinate, secundum tempora, quibus facta sunt quae adnotantur”, p. 3) attribuendole alle fonti orali cui si è spesso affidato; ma questa giustificazione non regge quando si tratta di avvenimenti relativi alla Sicilia e ad anni recenti. Non bisogna sottovalutare allora la corruzione del testo tramandato, né escludere la possibilità che le notazioni cronologiche siano state inserite in un secondo tempo da G. o addirittura da altri in maniera non pertinente (Houben).

Il De rebus gestis si apre con una epistola dedicatoria rivolta al vescovo Angerio, sotto la cui protezione il confratello G. si pone. L’opera infatti era stata commissionata dal “principe” (così intitolato nel prologo e saltuariamente negli ultimi due libri) Ruggero I, ma l’autore teme nell’esporla a pubbliche letture. Due sono i punti a suo parere deboli, che potrebbero essere attaccati da eventuali “aemulis”: per un verso la scarsa conoscenza diretta degli avvenimenti narrati, con una conseguente ampia fiducia accordata a fallibili “relatoribus”, per l’altro la “incultiori potria”, che discende però da una esplicita richiesta del principe committente. Scriverà dunque “plano sermone et facili ad intelligendum” (p. 1), malgrado sia in grado di “pomposius eructare”; ma il quasi rammarico di dover scrivere in una prosa semplice riemerge periodicamente nel testo, a cominciare dall’abbozzo di resa metrica del sommario del primo libro che si arresta con la esortazione, malinconicamente rivolta a se stesso, “rhitmus cesset, prosa dicat” (p. 5). Una nuova dichiarazione di umiltà apre il III libro (p. 57), dove però la poesia si alterna alla prosa con costanza prosimetrica, tanto da far pensare a una composizione in tempi diversi dei due ultimi libri. Una seconda sezione del prologo si rivolge “omnibus quibus per universam Siciliam episcopale vel clericale nome assignatur” (p. 4). Per loro, sulla scorta di una citazione di Sallustio (ma andrebbero ancora accertate altre fonti classiche dell’opera), G. ripercorre le motivazioni che avevano spinto il conte Ruggero I a cercare qualcuno che fermasse sulla carta la memoria delle sue gesta. La ripetizione concettuale di quanto esposto precedentemente, il coinvolgimento di altri destinatari e una certa involuzione espositiva lasciano sorgere qualche sospetto sulla genuinità di questa parte, bilanciato però dalla consonanza stilistica e tematica con il resto dell’opera.

Il primo libro ricco di scene tra il grottesco e il fumettistico, che evocano una sorta di Urwelt normanno popolato da uomini dalla forza inverosimile si apre con una breve sintesi della preistoria del popolo normanno basata chiaramente sui ricordi personali dello scrittore: di qui per esempio l’errata attribuzione a Ludovico II dell’investitura di Rollone. Il cerchio della narrazione si stringe rapidamente intorno a Tancredi di Altavilla e ai suoi figli che “communi consilio” decisero di trasferirsi in cerca di fortuna in Italia, con una descrizione della conquista del Mezzogiorno. Elusi i primi anni della presenza normanna nel Mezzogiorno, al di là delle battaglie (Olivento e Montepeloso), il primo episodio chiave viene individuato nell’incresciosa battaglia di Civitate, con la sconfitta e l’imprigionamento di papa Leone IX nel 1053 (1052 per G.), dove i Normanni ricevettero comunque in premio l’investitura pontificia dei territori conquistati e ancora da conquistare, con una prima inclusione della stessa Sicilia (e G. è l’unico a farne parola). Subito dopo è Roberto, giunto poco dopo il 1046 in Calabria, a calamitare l’attenzione, e nulla si tace dei suoi magri e gagliardi inizi, tra razzie e rapimenti di persona. La sua stella si risollevò d’un colpo con la successione al fratello Unfredo nel 1056, mentre contestualmente comparve in Calabria l’ultimo dei fratelli Altavilla, Ruggero. Ben presto si manifestarono le prime tensioni tra i fratelli (originate da un misto di invidia e timore da parte del Guiscardo), che rappresentano una costante ciclica nei rapporti tra i due. La pace si fondò sulla decisione di Roberto di garantire al fratello metà delle terre di Calabria. A Reggio, conquistata nel 1060 (1059 per G.), ebbe luogo l’acclamazione di Roberto a duca, senza alcun cenno alla investitura melfitana del pontefice Niccolò II. Due aneddoti chiudono il libro, quasi a recuperare il filo iniziale della fortuna della stirpe degli Altavilla e a introdurre la materia del secondo libro: l’epopea di Ruggero I in terra di Sicilia avviata nel 1060, contro i musulmani dell’isola.

Nel secondo libro G. è particolarmente attento a porre in luce il ruolo fondamentale di Ruggero I, che dal 1061 si fermò stabilmente in Sicilia a Troina, trascinandovi anche la giovane moglie, Giuditta di vreux. Proprio il desiderio di garantire un consono status alla giovane moglie avrebbe spinto, stando a G., Ruggero I a una pericolosa guerra fratricida per reclamare quanto pattuito a suo tempo con Roberto. Dopo la pace con il duca e la vittoria contro i Saraceni sul fiume Cerami (1063), nel 1065 (1064 per G.), cominciarono gli attacchi contro Palermo, mentre nel 1068 (1067 per G.) il Guiscardo attaccava Bari. I due assedi vengono narrati a intreccio da G., ma l’accelerazione della campagna viene attribuita all’arrivo di Ruggero nelle acque di Bari, il cui effetto fu la resa dei Baresi nel 1071 (1070 per G.). Nel dicembre dello stesso anno anche Palermo era in mano latina, e G. è attento a ricordare che duca e conte restaurarono l’antica sede arcivescovile, già trasformata in moschea, e reinsediarono l’arcivescovo greco che la città ancora ospitava. Quanto alla divisione delle terre di Sicilia, G. lascia intendere che tutta l’isola era destinata a Ruggero I, con la riserva per il duca del Val Demone (senza far qui menzione di Messina e Palermo). Il libro si chiude però sulle note dolenti della morte sia pure eroica e frutto dell’inganno del nipote del duca e del conte, quel Serlone al quale, insieme con Arisgoto di “Puteolis”, dice G., era destinata addirittura una metà dei possessi siciliani, per concorde volontà del duca e del conte.

Il terzo libro è dedicato alla narrazione parallela delle gesta dei due fratelli, con una certa confusione cronologica nelle vicende relative al Guiscardo e alla presa di Salerno. Ma se Ruggero I avanzava in Sicilia, ancor più grandiosi erano i progetti di Roberto: la conquista di Bisanzio. G. lascia intendere che il deposto imperatore Michele VII comparso a corte del Guiscardo era un impostore, ma dice chiaramente che il duca, battendosi perché egli stesso “imperator fieret” (p. 65), era indifferente alla questione. Nel 1081 partì la spedizione greca del Guiscardo, con la rapida presa di Corfù e di Valona. Fu però solo il tradimento del custode della torre maggiore di Durazzo a permettere la presa di questa città; un’azione per la quale non una parola di biasimo sfugge al cronista. Quasi contemporaneamente a Catania invece il saraceno Benthuman tradì la fiducia di Ruggero I e aprì le porte della città a Benavert, signore di Siracusa: lui sì che “traditionis nomen sibi perpetuo vindicavit” (p. 75), e infatti fu ben ripagato dallo stesso Benavert, che lo fece uccidere. Roberto intanto abbandonava i suoi disegni orientali per rispondere alle richieste d’aiuto di Gregorio VII, assediato in Roma dalle truppe di Enrico IV; nel 1084 (ma 1083 in G.) le truppe normanne cinsero d’assedio e misero a sacco Roma, ai cui cittadini G. riserva aspri versi di biasimo. Per contrasto, non manca di rimarcare trionfalmente come, mentre il padre scacciava Enrico IV da Roma, Boemondo poneva in fuga l’altro imperatore, Alessio, presso Valona. Al culmine della gloria, il 1085 (ma 1084 per G.) si rivela un “annus horribilis”: segnato dall’eclissi, vede scomparire Gregorio VII, Guglielmo il Conquistatore e lo stesso Guiscardo, spentosi nei Balcani e sepolto a Venosa. La grandiosa chiusa funebre del libro viene in parte guastata dal codicillo finale, che anticipa la contesa tra i due eredi, i fratellastri Boemondo e Ruggero Borsa, quest’ultimo infine debole vincitore.

Nell’ultimo libro, sostituito il Guiscardo dalla scialba figura del figlio, giganteggia Ruggero I, con la capitolazione nel 1086 (ma 1085 per G.) della stessa Siracusa, seguita a ruota da Agrigento ed Enna, mentre a ricompensa dell’aiuto più volte prestato il duca Ruggero I gradualmente rinunciò ai suoi diritti su terre e città di Calabria e Sicilia. a questo punto che secondo G. si realizzò un mutamento in Ruggero I, che da avido conquistatore si trasformò in pacifico amministratore delle sue terre, amante della giustizia e soprattutto “Deo devotus”, trasformazione consolidatasi col compimento della conquista (p. 94). Di qui l’avvio di una sistematica campagna per la ricostituzione della rete delle istituzioni ecclesiastiche latine dell’isola, con un catalogo delle nuove fondazioni vescovili (Agrigento, Mazara, Siracusa, Catania). Anche il neoeletto pontefice Urbano II individuò in Ruggero I un degno interlocutore, tanto da recarsi personalmente in Sicilia per incontrarlo. Nella relativa pace G. si sofferma sulle vicende familiari del conte, come il terzo matrimonio, quello con Adelaide del Vasto, o il triste destino dei suoi figli, Goffredo e Giordano, la cui perdita venne in parte colmata dalla nascita di un altro figlio maschio, Simone. Nel 1096, durante l’assedio della riottosa Amalfi, G. registra la comparsa dei pellegrini armati, segnati dalla croce e volti alla riconquista dei Luoghi Sacri, con l’adesione dell’irrequieto Boemondo. I paragrafi finali dell’opera segnano però il trionfo di Ruggero I: in lui si realizzano i piani divini, con una netta diversione rispetto a qualsiasi interesse per la crociata. Se già le navi appesantite dai prigionieri cristiani liberati dopo la presa di Malta risultavano miracolosamente più leggere che all’andata (p. 95), ancor più esplicita fu l’avventura del vescovo Arduino che, attaccato dai pirati, chiese e ottenne l’aiuto divino adducendo i meriti di Tancredi d’Altavilla e l’essere egli allora al servizio di suo figlio Ruggero: si aprì così la via per una beatificazione della “stirps” degli Altavilla. Ben si coordina la chiusa dell’opera, dedicata alla soluzione della questione della legazia: a Ruggero e ai suoi discendenti venne difatti riconosciuto l’esercizio delle prerogative dei legati pontifici e, per dare il massimo risalto a questa concessione, G. inserì la trascrizione per intero del privilegio (1098) concesso dal papa e che solo da lui ci è stato trasmesso.

L’intera opera è, come già ricordato, fortemente legata all’esaltazione del ruolo svolto nella storia dai Normanni. Questo è evidente fin dall’apertura, quando vengono tratteggiate le virtù che li contraddistinguono, anticipando quelle che verranno poi declinate nel corso della narrazione (p. 8); sono qualità estreme, che rasentano l’eccesso e rischiano di trasformarsi in doti negative, degne di biasimo, il cui tratto meglio caratterizzante nella sua ambiguità coincide proprio con la aviditas / avaritia, molla inesauribile delle conquiste normanne. Ma l’aviditas degli Altavilla è sorretta dalla strenuitas, vero “mos insitus” della stirpe e motore della loro felice sorte. Anche l’immagine classica della “rotalis fortuna” (pp. 37, 43) finisce per occupare un posto secondario, così come non determinante è la stessa “providentia”: il buon esito delle imprese normanne è un segno manifesto della benevolenza con cui l’occhio divino si volge verso i cavalieri nordici (pp. 8 s.). Più complesso diventa il discorso quando si passa a parlare dell’impresa di Sicilia, anche se una germinale esaltazione dei valori religiosi si ha solo a Cerami, quando Ruggero I giunse ad arringare i suoi ricordando i meriti dei “christiane militiae tyrones”, mentre compariva sul campo a dare man forte un cavaliere celeste (s. Giorgio), e sulla stessa lancia di Ruggero I si materializzava un vessillo con croce; il suggello finale venne dalla benedizione pontificia e dal conseguimento del vessillo di S. Pietro. questo il momento in cui, anche nei toni di G., la campagna di Sicilia si avvicina maggiormente a una guerra santa, a una sorta di crociata. Nel resto della narrazione infatti è predominante una concezione quasi utilitaristica dei rapporti con la religione, tanto nella campagna contro gli infedeli, quanto in quella contro i cristiani d’Oriente. La descrizione e la spiegazione offerte da G. della decisione di Boemondo di unirsi ai crociati non potrebbero essere più esplicite nel dissipare ogni dubbio su eventuali slanci e afflati religiosi. Le ragioni che G. adduce sono nell’ordine: la volontà di arrecare danno al fratello con l’abbandono di un assedio ben avviato (tesi che G. rigetta); il desiderio di soggiogare l’Impero d’Oriente; la tentazione costituita da tanti armati in movimento e privi di un princeps in grado di guidarli e coordinarli. Solo in ultimo compare il voto, una volta assunta la croce, di non attaccare più terre cristiane sino a che non siano state occupate quelle dei pagani.

Edizioni. La cronaca ha avuto una discreta diffusione manoscritta nel corso del Medioevo, tanto da essere oggetto di un volgarizzamento per mano di fra Simone da Lentini nel 1358 (cfr. La conquesta di Sichilia fatta per li Normandi a cura di G. Rossi Taibbi, Palermo 1954). Stampata per la prima volta a Saragozza nel 1578 a opera di Girolamo Zurita, l’unica edizione critica è quella a cura di E. Pontieri, De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi ducis fratris eius, in Rer. Ital. Script., 2a ed., V, 1 (1925 28), sulle carenze della quale aggravate dal ritrovamento di nuovi testimoni si vedano le osservazioni di G. Resta, Per il testo di Malaterra e di altre cronache meridionali, in Studi per il CL anno del liceo ginnasio T. (ma 1964), pp. 399 456, e di O. Capitani, Motivazioni peculiari e linee costanti della cronachistica normanna dell’Italia meridionale: secc. XI XII, in Atti dell’Accademia delle scienze dell’Istituto di Bologna. Rendiconti, LXXV (1976 77), pp. 59 91. Brani tradotti sono presenti in P. Delogu, I Normanni in Italia. Cronache della conquista e del Regno, Napoli 1984, pp. 37 39, 44 s., 52 s., 56 s., 65 88, 93, 109 s., 112 120, 126 128.

Fonti e Bibl.: Ordericus Vitalis, Historia ecclesiastica, a cura di M. Chibnall, II, Oxford 1969, p. 100; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie, I, Paris 1907, pp. XXXVI s.; E. Jamison, The Sicilian Norman Kingdom in the mind of Anglo Norman contemporaries, in Annual Italian Lectures of the British Academy, XXIV (1938), pp. 7 s.; A. Nitschke, Beobachtungen zur normannischen Erziehung im 11. Jahrhundert, in Archiv fr Kulturgeschichte, XLIII (1961), pp. 265 298; E. Pontieri, G. M. storico del gran conte Ruggero, in Id., Tra i Normanni dell’Italia meridionale, Napoli 1964, pp. 211 282; S. Fodale, Comes et legatus Siciliae, Palermo 1970; J. Deer, Papsttum und Normannen: Untersuchungen zu ihren lehnsrechtlichen und kirchenpolitischen Beziehungen, Kln 1972, pp. Cantarella, La fondazione della storia nel Regno normanno di Sicilia, in L’Europa dei secoli XI e XII fra novità e tradizione: sviluppi di una cultura, a cura di P. Zerbi L. Prosdocimi G. Picasso, Milano 1989, pp. 171 196; V. D’Alessandro, Il problema dei rapporti fra Roberto il Guiscardo e Ruggero I, in Roberto il Guiscardo e il suo tempo. Atti delle Prime Giorn
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