peuterey piumini outlet Il trionfo di Valentino al New York City Ballet

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Applausi a scena aperta e poi una lunga, ammirata, ovazione: Valentino ha conquistato il cuore dei newyorchesi con i costumi per i balletti del gala che ha inaugurato la stagione del New York City Ballet. Tre milioni di dollari di incassi per la serata, un record di donazioni pro capite. Il couturier italiano ha disegnato circa 25 costumi per cinque balletti, uno dei quali, Rubies, dal trittico Jewels di George Balachine su musica di Igor Stravinski, ispirato al colore sfida che ha reso famoso Valentino nel mondo. Conosco Valentino da trent’anni ed erano anni che coltivavo questo sogno , ha detto Peter Martin, il Ballet Master in Chief del Nycb. Senz’altro un inizio, comunque una celebrazione non solo dei costumi, ma grazie alla scelta di uno dei balletti, Rubies, anche della carriera di Valentino , ha commentato Giancarlo Giammetti, il suo socio di sempre. Felici di essere qui, et voila : di nuovo Giammetti, dietro le quinte di una produzione curata fino all’ultimo dettaglio, perfino l’assaggio del menu per 800 persone affidato allo chef personale del sarto di Piazza Mignanelli. Abbiamo capovolto il processo: anzich andare dalla musica e la coreografia ai costumi abbiamo lasciato che fossero i costumi a ispirare le coreografie , ha detto Martin spiegando la sfida accolta di buon grado dall’80enne Valentino, creare capi di alta moda in cui le ballerine potessero danzare e fare le acrobazie atletiche richieste dai balletti. Sarah Jessica Parker e Maria Bartiromo le madrine della serata ad alta concentrazione di vip: tra le star Anna Hathaway, di cui il maestro della moda disegner l’abito da sposa per il matrimonio con Adam Shulman. Lei ha detto Valentino come una figlia per me .
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woolrich outlet online italia il top dell moda sfila al processo Landozzi

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LIVORNO. Da Kiton la veste cerimoniale simbolo del classicismo a Peuterey eleganza contemporanea del piumino, passando per Canali e Barba Napoli, praticamente il meglio della sartoria italiana da esportazione. E ancora Walter Voulaz srl e Geospirit. Sono queste alcune delle case di alta moda che compaiono, attraverso i loro manager, nella lista testi delle persone che sfileranno, è il caso di dirlo, nell’aula del Tribunale di Livorno di via Falcone e Borsellino a partire dal prossimo 16 maggio nel processo dove sono imputati con l’accusa di esterovestizione (portare all’estero la sede legale una società che invece fa impresa in Italia così da aggirare il Fisco ndr) i coniugi Gianluca “Luca” Landozzi, 68 anni e Claudia Baronti, 63. Il primo amministratore di fatto, anche se non compare nella visura camerale, della Lc Distribution srl, mentre la moglie risulta legale rappresentante della stessa società.

Secondo gli inquirenti che hanno condotto l’inchiesta ribattezzata “Madre Russia”, la coppia di imprenditori, proprietari attraverso una terza società anche di “Villa Perti”, casa e parco da sogno risalente al millesettecento tra viale Mameli e via Redi, tra il 2006 e il 2013, non avrebbe pagato le tasse in Italia (circa mezzo milione di entrate l’anno per un totale di circa 5 milioni di euro) grazie al fittizio stato di società estera con sede nel Principato di Monaco della Lc Distributio.

Lunedì davanti al giudice Nardi si è aperto il dibattimento ed è stato ascoltato uno dei finanzieri che ha seguito passo passo l’indagine iniziata nel 2012 dopo un accertamento della Direzione regionale dell’Agenzia delle Entrate che aveva notato qualche ambiguità fiscale nella famiglia Landozzi: proprietari di una villa in Italia (

parte di essa ora è sotto sequestro

) ma praticamente nulla tenenti per il nostro Fisco. Dagli accertamenti che abbiamo compiuto ha spiegato il maresciallo Stefano Cacciaguerra la Lc Distribution già dal sito Internet si capisce che è agente di alta moda e dal 2009 commercializza anche gli abiti. Sempre sul mercato russo e dell’Est europa. Il motivo? Perché Landozzi ha un’ottima conoscenza della lingua e del mercato russo e quindi le imprese di moda si sono avvalse delle sue capacità di fare impresa per entrare in quel mercato.

Nonostante la sede in una delle principali via di Montecarlo sempre per gli investigatori la Lc,
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fondata dal 1990, e dal 2005 all’80% della Baronti e l’altro 20% diviso tra i figli della coppia, commerciava con l’Est europa ma riceveva i clienti tra “Villa Perti” e uno shoow room di Milano di proprietà di una società collegata alla famiglia Landozzi.

Ecco perché il pubblico ministero Massimo Mannucci, nella lunga lista testi, ventotto in tutto i nomi che compaiono, ha inserito tra una decina di finanzieri, alcuni dipendenti dell’Agenzia delle Entrate, anche i top manager delle varie case di moda. Obiettivo dell’accusa: dimostrare la tesi che le trattative, i contatti e i contratti avvenivano tra Livorno e Milano senza mai passare la sede della società. Villa Perti veniva usata come luogo per far visionare i campionari mentre spesso i clienti russi venivano invitati a Milano per mostrare loro le nuove collezioni. Una ricostruzione che gli avvocati degli imputati sono sicuri di poter confutare.

In questa direzione è andata la richiesta degli stessi legali, e accolta dal giudice, di poter mettere agli atti una fitta documentazione, parte della quale anche in cirillico, per dimostrare tra le altre cose, come avveniva il business sul mercato russo. Vero è che secondo la normativa vigente come ha ripetuto il maresciallo nella sua testimonianza per dimostrare l’esterovestizione di una società, basta uno dei seguenti elementi: un requisito di carattere formale/sostanziale: la sede legale (requisito formale) ovvero la sede dell’amministrazione ovvero l’oggetto principale dell’attività (requisito sostanziale) nel territorio dello Stato; e un requisito di carattere temporale, ossia la permanenza del requisito formale e sostanziale per la maggior parte del periodo d’imposta.
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peuterey giubbotto uomo il sogno replicabile di Paolo Soleri

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di Beppe Grillo Paolo Soleri è stato un architetto, scrittore, scultore, urbanista e artista italiano. Negli anni settanta, in Arizona, iniziò a costruire Arcosanti, un esempio di Arcologia, come lui stesso la definì, un mix di Architettura ed Ecologia. Il progetto non venne portato a termine ma il sogno di Soleri continua attraverso l della Fondazione Cosanti. La storia di Arcosanti è fantastica e voglio introdurvela attraverso questa intervista a Matteo Di Michele, che ad Arcosanti ha vissuto, ma che soprattutto fa parte della Fondazione Cosanti che porta avanti l di questo nostro immenso architetto.

Come hai conosciuto Paolo Soleri? Raccontaci il ricordo di questo straordinario architetto.

Ho conosciuto Paolo Soleri totalmente per caso. Un sabato mattina di 17 anni fa assistendo alla presentazione di un suo libro edito dalla Jaca Book. Io non ero particolarmente interessato all’architettura ma Soleri, già ottantenne, era lì presente e la profondità e l’originalità del suo pensiero colsero immediatamente la mia attenzione. Qualche mese dopo mi sono iscritto a uno dei corsi di Soleri ad Arcosanti ed è incominciata così la mia avventura a fianco di Soleri per oltre 10 anni. Quello che mi ha sempre affascinato di Soleri è stata la sua estrema frugalità in ogni aspetto della sua vita. Come nel mangiare, così nel vestire, mirava solo all’essenziale, senza preoccuparsi delle convenzioni anche in situazioni ufficiali.

La fondazione Cosanti di cosa si occupa?

La Fondazione Cosanti, fondata da Soleri negli anni ’50 gestisce Arcosanti e tutti gli altri progetti legati a Soleri, come corsi, mostre, e progetti di ricerca. La missione è quella di esplorare e sperimentare i benefici dell’Arcologia, termine coniato da Soleri per indicare la fusione tra l’Architettura ed Ecologia, come via per una relazione più equa e sostenibile tra le attività umane e l’ecologia.

Quale è il tuo ruolo all della Fondazione?

Ho lavorato con Soleri per più di dieci anni curando la gestione di Arcosanti e dei programmi educativi, compresa la realizzazione di progetti importanti con alcune università italiane. Ora non abito più ad Arcosanti, ma continuo a partecipare come membro del consiglio di amministrazione.

Quanto è reale l di terminare/sviluppare il progetto di Paolo Soleri?

Come sempre è soprattutto una questione di fondi. Per le prime fasi del progetto è stato facile, date le dimensioni relativamente ridotte degli edifici, fare affidamento su studenti e volontari per molte delle attività di costruzione. Tuttavia, ora che si deve iniziare a costruire edifici di parecchi piani non è più concepibile fare affidamento ai volontari e i costi sono sproporzionatamente alti rispetto alle finanze della Fondazione. Più in generale, l’interesse a progetti come quelli di Arcosanti funziona quasi da barometro rispetto al tasso di sensibilità della società ai problemi dell’uomo e dell’ambiente. Devo riconoscere che, nonostante l’interesse a livello mondiale sia crescente, manca ancora quel senso di urgenza necessario a iniziare davvero a costruire e sperimentare. Questo è anche dovuto al fatto che si continuano a ignorare le esternalità, i costi che derivano dallo sfruttamento delle risorse non rinnovabili che alla fine si ripercuotono inevitabilmente su tutti noi. La soluzione non può essere soltanto quella di favorire l’uso di auto elettriche e pannelli solari. Si deve invece continuare a sviluppare un modello che consenta di ridurre il consumo di risorse e che sia compatibile con il resto della biosfera. Questo è l’obiettivo del progetto e la posta in gioco è troppo alta per non continuare a lavorare in questa direzione.

Secondo te sarebbe replicabile il progetto di Soleri? E se si perché non è mai stata presa in considerazione questa possibilità?

La replicabilità del laboratorio urbano Arcosanti potrà essere dimostrata solo una volta che Arcosanti avrà raggiunto la critical mass, cioè un numero di abitanti sufficientemente alto da costituire un esempio scientificamente rilevante. I principi base del progetto, cioè la densità e la tridimensionalità sono valori la cui efficacia è stata dimostrata da almeno qualche migliaio di anni di storia. La scienza, l’arte, il diritto, sono nati quando si è passati da un paesaggio abitativo estremamente sparso a villaggi sempre più densi in grado di massimizzare l’uso delle risorse e favorire gli scambi di merci e idee. Questo concetto semplicissimo è diametralmente opposto al modo in cui si costruiscono oggi le nuove città, soprattutto negli USA: centinaia di chilometri quadrati di casettine unifamiliari circondate da asfalto, parcheggi, strade, autostrade, etc. Con sette miliardi e mezzo di persone sul nostro pianeta, il consumo incontrollato di materiali, energia e territorio, unito all’iper consumismo tipico dei paesi più ricchi porterà a una situazione obiettivamente incontrollabile. Lo stile di vita di un americano medio richiederebbe almeno 5 nuovi pianeti come il nostro per sostenere questo tipo di sviluppo se fosse adottato dai 7 miliardi di persone. Il design di Arcosanti non sarebbe difficile da replicare perché si basa sul clima del deserto, una regione climatica in cui vive un terzo della popolazione mondiale, e con l’espansione del riscaldamento globale tali aree sono destinate ad allargarsi. Quel che si dovrebbe replicare, tuttavia, piuttosto che il design di singoli palazzi, è l’atteggiamento di Soleri nei confronti dell’abitato urbano come tale. In qualunque area geografica ci si trovi, bisogna avere il coraggio di ripensare il modo in cui usiamo le risorse, a partire dallo spazio, e dare la priorità a soluzioni eque e sostenibili.

Spiegaci come è oggi Arcosanti (edifici, eventi, vita sociale, sostenibilità) Quanti abitanti ci vivono e di cosa vivono.

Ad Arcosanti abitano tra 50 e 100 persone. Quasi tutti gli abitanti di Arcosanti lavorano sul sito stesso in uno dei tanti dipartimenti responsabili per le attività necessarie per la costruzione e il mantenimento del laboratorio urbano, da quelli legati all’ospitalità dei turisti (ristorante, visite guidate, alloggi) ai dipartimenti legati ai progetti educativi, uffici di progettazione, archivi, agricoltura, eccetera. Poi ci sono i tanti studenti che arrivano da tutto il mondo per trascorrere qualche settimana o qualche mese per imparare e aiutare il progetto. Anche io, dopo la mia laurea in legge, sono andato ad Arcosanti per frequentare il workshop tradizionale di 5 settimane, ma poi ho deciso di restare più a lungo rimanendo a vivere ad Arcosanti per più di dieci anni. Arcosanti ha adottato tante soluzioni per il risparmio energetico (pannelli solari, eolico, serre, eccetera), ma l’aspetto più sostenibile è la densità degli spazi. E’ questa densità che Soleri chiama miniaturizzazione che rappresenta l’aspetto più interessante ed esportabile di Arcosanti. L’abitato è come un hiper organismo che per crescere deve essere in grado di fare di più con meno. Meno risorse e soprattutto meno spazio. Piuttosto che distruggere l’ambiente naturale con casette unifamiliari, si favorisce la tridimensionalità e la prossimità degli spazi. In questo modo l’ambiente circostante rimane intatto a beneficio di tutti. Quel che è vero per l’evoluzione della vita, è altrettanto vero per l’evoluzione delle città: i cambiamenti che più hanno successo sono quelli che comportano un uso più efficiente delle risorse, che quasi sempre riguardano processi di miniaturizzazione in grado di incrementare il numero e la velocità di interazioni in spazi sempre più piccoli. Ad Arcosanti si da’ inoltre molto valore agli spazi pubblici. La prima struttura costruita ad Arcosanti è infatti stata una struttura a uso pubblico, le grandi volte che costituiscono la piazza principale di Arcosanti. Le volte, con le grandi forme ad arco consentono di avere il massimo d’ombra e brezza d’estate, e di catturare il calore del sole d’inverno. Tutt’attorno vi sono poi una serie di spazi con abitazioni private, uffici, laboratori, ed anche un anfiteatro per concerti e rappresentazioni teatrali. Un complesso tessuto urbano, quindi, dove si alternano spazi destinati a usi diversi e immediatamente raggiungibili da tutti i residenti.

Quanti visitatori giungono ogni anno ad Arcosanti?

I visitatori sono decine di miglia ogni anno. Arcosanti offre visite guidate di un’ora, ma anche programmi educativi di pochi giorni o di varie settimane, come il tradizionale Workshop. Nei fine settimana ci sono anche eventi culturali come mostre e concerti. Per chi vuole stare per qualche giorno solo per vacanza, ci sono stanze tipo motel a prezzi da ostello e un ristorante. A parte la bellezza mozzafiato degli edifici, anche la natura che circonda Arcosanti è unica e ricorda molto le scenografie dei film Western. Pare che anche George Lucas sia passato ad Arcosanti negli anni settanta e che si sia ispirato al design di Soleri per la Saga di Star Wars.

Le idee di Paolo Soleri sono state largamente valorizzate ed esaltate?

Soleri ha avuto un grande riconoscimento a livello mondiale come padre dell’architettura sostenibile e Arcosanti è ancora oggi un punto di riferimento per tutti coloro che sperano in un salto di qualità riguardo al modo un cui vengono costruite le nostre città e che non hanno paura di sporcarsi le mani sperimentando alternative all abnorme dell Anche in Italia ha ricevuto riconoscimenti ad altissimo livello, come, ad esempio, il Leone D alla Carriera della Biennale di Venezia. Quel che è mancato è stato l a realizzare le sue idee, ancora oggi di drammatica attualità.

Come si può sostenere il progetto?

Il modo migliore è partecipare ai corsi di 2 o 5 settimane in cui imparano i principi dell’Arcologia con lezioni tenute dallo staff della Fondazione e attività all’aperto sporcandosi le mani con calce e sabbia. Un altro modo per sostenere il progettoèl’acquisto delle piccole campane a vento di bronzo o ceramica realizzate nei laboratori di Arcosanti su disegno di Soleri stesso.

C qualcosa che non è stato ancora detto e scritto su Arcosanti e sul sogno di Paolo Soleri?

Soleri odiava la parola utopia perchè rimanda all’idea di un posto che non c’è e non potrà mai esistere. La grandezza di Soleri è che non si è mai limitato a sognare arcologie, ma si è invece sempre rimboccato le maniche e ha realizzato, gettata dopo gettata, tante strutture usate come laboratorio urbano. Il termine utopia, ha molto più senso usarlo in riferimento al modello di città introdotto nel ventesimo secolo, costruito intorno alle automobili piuttosto che alle persone. Tale sistema è disastroso non solo da un punto di vista culturale e ambientale, ma anche per quanto riguarda i suoi costi data l’elevata quantità di risorse pubbliche necessarie per costruire e mantenere le infrastrutture create per le automobili. Quello che si dice molto poco, perché è difficile da accettare, è che città come quelle concepite da Soleri esisteranno un giorno solo se la nostra società avrà il coraggio di mettere in discussione le proprie priorità e riformulare i propri valori, cosa che anche nelle migliori delle ipotesi richiederà non anni, ma intere generazioni. Non ci sono dunque ricette pronte per l’uso, ma solo l’invito a iniziare senza indugio a sperimentare.
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Col Natale alle porte la domanda sorge spontanea: come acquistano gli italiani? Lo fanno offline, passeggiando per outlet e vie del centro o preferiscono schivare la calca e affidarsi ai negozi online, lasciando che sia il corriere a fare il lavoro pesante? La risposta arriva da una ricerca commissionata da Netcomm e in collaborazione con MagNews

, il consorzio italiano del commercio elettronico, che ha intervistato 2000 persone di almeno 18 anni di et sparse per tutta Italia che nei sei mesi precedenti avessero acquistato online o offline in queste categorie: abbigliamento, scarpe e accessori; elettronica di consumo; bellezza e cosmesi, salute e benessere, arredamento e home living.

Il risultato pi importante che il 70,2% degli intervistati acquista online con una certa frequenza, mentre il 29,8% preferisce ancora affidarsi ai negozi tradizionali.

Due mondi differenti che pensano all seguendo due logiche completamente differenti: chi preferisce l inizia cercando con un motore di ricerca o spulciando social e gruppi interessati, mentre gli acquirenti tradizionali si basano sul consiglio di un amico o un parente, oppure la buona vecchia vetrina del negozio. Chi studia le metodologie di acquisto chiama questo momento il ovvero il primo punto di contatto tra l e la voglia di comprare qualcosa. Nella maggior parte dei casi il motore di ricerca e quindi la SEO di un prodotto, fa la differenza.

Ma questo dato non varia solo in base a chi compra, ma a cosa compra. Ad esempio, nell la vetrina rimane il punto di contatto preferito, mentre nell di consumo ovviamente le recensioni e i siti di comparazione la fanno da padrone. Che si conferma un buon canale di vendita anche per l I prodotti di bellezza vivono una doppia anima, fatta di riviste tradizionali e video online, magari di qualche influencer, mentre i prodotti dedicati alla salute e al benessere sfruttano consigli degli amici, motori di ricerca e pubblicit online. Chiss invece come funziona l del cibo. Di solito questo sistema il pi efficace quando si parla di acquisto online. Vediamo la promozione, clicchiamo sul banner e il prodotto gi nel carrello.

Ma da chi sono composte le trib di chi compra in Italia? Ognuno di noi rientra in una di queste otto categorie, ma non detto che ne sia una sola a definirci. Dipende dal prodotto, dal momento e da molti altri fattori.

Su otto categorie, tre acquistano prevalentemente offline. C il e informato ovvero una persona over 65 con un buon potere di spesa che magari si informa sui internet, ma preferisce comprare in maniera tradizionale. Il irremovibile che di solito donna over 55 con poca confidenza col mondo digitale che si basa soprattutto sul parere di un commesso. Infine abbiamo l un insieme molto ampio fatto in prevalenza di donne che usano molto gli smartphone ma che hanno poca confidenza col resto della tecnologia, di cui si fida poco. Negli ultimi due casi la spesa pi bassa della media.

Chi invece compra online si divide in prevalentemente uomini sotto i 30 anni perfettamente a loro agio col digitale che comprano quasi tutto da un e non sono fedeli ai marchi, quanto alle offerte. Ci sono poi le shopper ovvero donne tra i 35 e i 54 che comprano online quando hanno bisogno di qualcosa e non si interessano pi di tanto di eventuali messaggi pubblicitari. Chi cerca in maniera maniacale ogni dettagli prima di procedere all viene definito digitale e di solito un uomo under 30 estremamente competente con le nuove tecnologie che spende tanto, ma ci mette un bel po a decidersi, spulciando tra mille variabili di prezzo, recensioni e pareri.

Abbigliamento e arredamento sono invece la preda della categoria maniac composta in gran parte da donne under 24 con una buona confidenza con la tecnologia e molto attive sui social. Spendono oline, ma non disdegnano i negozi, raccogliendo pareri da influencer e amici per comprare sempre l pi interessante del momento.

Infine, abbiamo i follower che comprano online, ma prestano comunque molta attenzione al parere dei commessi e soprattutto a quello degli amici, ecco perch tengono a essere poco fedeli al marchio. Se un ha scontentato un amico come se avesse scontentato anche loro.

Ma quel 30% che sfugge agli acquisti online perch lo fa? Spesso perch non pu vedere o toccare ci che sta comprando, soprattutto per quanto riguarda beni fisici come un paio di scarpe o un mobile per la casa. Al secondo posto c la scarsa fiducia nel condividere le proprie informazioni e soprattutto la carta di credito.

Tuttavia l esercita comunque un certo fascino perch poi nel 36% l online viene delegato a un amico e nel 50,6% dei casi i pi refrattari sarebbero disposti fare compere su internet se ci fosse poi la possibilit di pagare alla consegna, magari in contanti.

digitale sta giocando un ruolo determinante nell dei comportamenti di consumo evidenziati in questa ricerca dichiara Roberto Liscia, Presidente Netcomm. nuove forme di interazione tra l e il brand, pi immediate e ingaggianti attraverso strumenti sempre pi efficaci, offrendo poi nuove modalit di shopping altamente funzionali ed esperienziali.
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giubbotto woolrich uomo Il ruolo chiave della proteina tau nel morbo di Alzheimer

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Sarebbe un’anomalia della proteina tau, e non la formazione delle placche di proteina beta amiloide, a innescare il processo di morte neuronale nella malattia di Alzheimer. (Cortesia R. Dixit/University of Pennsylvania School of Medicine.)Quando la proteina tau anomala, questa espulsione ordinata degli scarti metabolici della cellula non avviene pi Di conseguenza, all’interno del neurone si accumulano diverse proteine, fra cui la beta amiloide. A questo punto la cellula tenta comunque di espellere le proteine attraverso altri meccanismi, che per essendo meno efficienti, non riescono a eliminarle tutte e non impediscono alle beta amiloidi (che sono di aderire una all’altra durante l’espulsione, formando le tipiche placche attorno ai neuroni.

Secondo il nuovo studio, tuttavia, non sarebbero queste placche a uccidere i neuroni, ma le proteine beta amiloidi rimaste al loro interno,
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dove continuano a esercitare effetti tossici.

Il mal funzionamento della proteina tau pu essere pi o meno accentuato, e questo spiegherebbe perch in alcune persone anziane si sviluppano placche amiloidi senza che vi sia alcun decadimento mentale.

In questi casi, difficilmente comprensibili se fossero le placche a innescare

la morte neuronale, la proteina tau non abbastanza efficiente da compiere da sola l’espulsione delle proteine beta amiloidi (il che spiega la formazione di placche esterne), ma lo abbastanza da eliminare quelle che non sono state espusle per altre vie (e questo spiega perch il neurone non muore).

Individuato questo meccanismo, Charbel E. H. Moussa e colleghi hanno tentato di forzare farmacologicamente i neuroni a liberarsi delle proteine tossiche ricorrendo a un inibitore della tirosina chinasi gi usato in terapia oncologica, il nilotinib. Gli esperimenti sul modello murino hanno mostrato che il farmaco pu impedire la morte neuronale, ma solamente se nella cellula nervosa c’ ancora una percentuale abbastanza alta di proteina tau ben funzionante.

Sviluppare farmaci che migliorino l’efficienza della proteina tau, osservano gli autori, sarebbe di grande utilit anche in altre malattie neurodegenerative in cui, pur non essendoci formazione di placche, presente un cattivo funzionamento della proteina tau,
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come per esempio nella demenza frontotemporale nota come FTDP 17 (demenza frontotemporale e parkinsonismo associata al cromosoma 17).

peutery donna il re degli orologi Per i suoi U

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CAPANNORI. Arnold Schwarzenegger ne ha due, di cui uno, in oro e zaffiro, personalizzato con il suo nome sul retro. Sylvester Stallone ne possiede cinque, acquistati ogni volta che è venuto in Italia dove ha detto torno appositamente per comprarli, dopo aver fatto una capatina a Maranello per la Ferrari e in Vaticano dal Papa. Ma anche Renato Zero non scherza e ne ha voluti due, mentre la top model Bar Refaeli ha scelto l’affollata platea dell’ultimo festival di Sanremo per indossarlo. Si allunga anno dopo anno la lista dei vip innamorati degli U Boat, gli orologi nati dall’estro dell’imprenditore lucchese Italo Fontana, la cui azienda ha sede sulle colline di Gragnano a pochi chilometri da Lucca, nel limitrofo comune di Capannori.

Creativo da sempre. 48 anni, Italo Fontana è un creativo da sempre. Giovanissimo, lasciò il liceo per lavorare da “Russo”, la boutique di abbigliamento e accessori del padre Guglielmo. Nella centralissima via Fillungo a Lucca, era un negozio di tendenza e all’avanguardia, con capi e oggetti che in quel periodo si trovavano solo a Roma e Milano. Italo si occupava degli accessori, ma lo affascinava il design. Disegnò divani e poltrone a forma di mano, lampade dalle figure di donna, caschi da moto. Poi, nel 1999, il primo orologio U Boat sulla spinta del nonno Ilvo. In questi 14 anni, tuttavia, non ha mai smesso di creare altri oggetti. Alla fiera di Basilea, insieme con gli U Boat, ha esposto altre creazioni: la penna in titanio e bronzo e una moto avveniristica, la prima U Boat bike. Tutto, come sempre, nelle sfumature del nero, il suo colore preferito.

Dalle star ai set. Un brand, il suo, diventato famoso in tutto il mondo tanto da essere presente con 16 boutique monomarca una nuova, la seconda a Firenze, aprirà tra breve sul Ponte Vecchio e innumerevoli punti vendita sparsi in ogni continente. Tra l’altro l’U Boat sbarcherà anche al cinema. Sulle orme del glorioso Omega di James Bond, infatti, sarà al polso di Nicolas Cage nel thriller “Tokarev” che l’attore americano sta per girare. E Monica Bellucci ne indosserà uno nel prossimo film.

Il piumino di Grillo. Ma ulteriore notorietà è arrivata con il celebre piumino maschera di Beppe Grillo, altro personaggio appassionato degli U Boat e amico di Fontana. stato l’imprenditore lucchese a regalargli il giaccone, comprensivo di cappuccio e occhiali, con il quale all’indomani delle elezioni di febbraio il leader dei 5 Stelle si presentò tutto coperto sulla spiaggia davanti alla sua villa di Marina di Bibbona e le cui immagini fecero il giro del pianeta. Con quel piumino, poi, poche settimane dopo Grillo mascherò anche il custode della villa per depistare giornalisti e fotografi, riuscendo a lasciare indisturbato la Toscana.

Affinità. Realizzato da un’azienda milanese, il giaccone è stato personalizzato da Fontana con il marchio U Boat e, come tanti altri oggetti, è tra i regali che l’imprenditore d’abitudine fa a clienti e amici più cari. Grillo è uno di questi. Siamo amici da tempo e ci sentiamo regolarmente racconta Fontana , ma di questa fase politica delicata non voglio entrare nel merito. A lui mi sento affine perché ha portato qualcosa di nuovo, come ho fatto io nel mondo degli orologi, dominato per anni dai classici e dal Rolex.

Grandi e pregiati. Gli U Boat, dunque. Grandi da trasmettere una sensazione di potenza, originali per certi accorgimenti manifatturieri come i diamanti incastonati alla rovescia e i pulsanti a sinistra, pregiati per l’uso di materiali quali titanio, zaffiro, oro, argento, carbonio e ceramica, affidabili per la meccanica svizzera, di questi gioielli di tecnologia e design Fontana ha creato circa trenta modelli, molti esemplari dei quali sono sul mercato in produzione limitata e numerata. Per lo più unisex, esiste anche una linea da donna,
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con il quadrante più piccolo. Ogni pezzo spiega l’imprenditore è un’opera unica, garantita dalla più fine manifattura italiana. Ma tutti sono riconoscibili perché fatti dalla stessa mano, hanno un’identità precisa.

L’origine. Un’identità che pesca dal passato. In particolare dalle carte e dai sogni di Ilvo Fontana, strumentista di precisione e nonno di Italo, che nel 1942 progettò un orologio futurista per i piloti della Marina Militare. Grande, con la corona a sinistra, estremamente preciso e resistente. Quel progetto racconta Fontana non fu mai concretizzato. Così, quando nel 1999 ho ritrovato i disegni, ne ho capito la modernità e li ho ripresi, in modo da dare forma a un sogno interrotto. E sono nati gli U Boat: forte identità, grandi dimensioni e facile lettura in tutte le condizioni. Proprio come aveva pensato, con una geniale intuizione, il nonno. Poi, ho aggiunto del mio, ispirandomi di volta in volta a ciò che mi piace: il volo, le corse, le immersioni, le auto.

A ruba il lusso. Destinato a una clientela di lusso, l’U Boat meno caro costa 2000 euro, il più costoso 100mila. L’anno scorso, all’apertura del negozio di Pechino, un possidente dagli occhi a mandorla non ha battuto ciglio nello sborsare 80mila euro per un Classico da 150 grammi d’oro e diamanti rovesciati.

In fila per l’Unicum. A distanza di 14 anni dal debutto, il loro successo non conosce sosta. Per accaparrarsi l’Unicum, l’ultimo modello che Fontana ha presentato alla recente Fiera di Basilea e sul mercato in 99 esemplari al prezzo di 8000 euro ciascuno, c’era la fila. Vintage totalmente realistico, l’Unicum è il frutto di una lavorazione lunga e complessa: viene smontato un orologio nuovo, poi volutamente invecchiato e arrugginito e di nuovo rimontato. Lo specialista è Cesare, fratello di Italo, in azienda come gli altri due fratelli e la sorella.

Celebrity. Fontana è diventato amico di molte star che hanno scelto i suoi orologi. A fine 2012, solo per uso interno, ha pubblicato un elegantissimo libro fotografico, dalla copertina in scamosciato nero, colore del brand: il “Celebrity book” che raccoglie le immagini dei vip con l’U Boat al polso e gli scatti insieme con loro. Ci sono Stallone, Schwarzenegger, Zero, Grillo e poi, tra gli altri, Tom Cruise, Giorgio Armani, Claudio Baglioni, Loris Capirossi, Kenzo, Luca Zingaretti, Fabio De Luigi, Victoria e David Beckham, Panariello.

Nel verde. Una grande tenuta, in cima alle colline di Gragnano, da circa un anno è diventata il cuore dell’azienda e della vita di Fontana, prima in un’altra zona più vicina alla

città. Qui Italo disegna gli orologi, qui ne vengono assemblati alcuni modelli (gli altri a Firenze e a Bologna), da qui partono le spedizioni per il mondo. Abitazione, uffici, laboratorio, magazzini e show room tutto in un unico posto, immerso nel verde, tra cipressi, filari di viti e olivi.
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BARBERINO DEL MUGELLO. Il primo assalto lo hanno subito le toilette. Lo rivelano le donne delle pulizie. Quando siamo arrivate c’era gente che aveva passata la notte all’addiaccio e cercava almeno un bagno. Il secondo assalto alle 9 ai bar, come il Ca’Puccino, per rifocillarsi. Il terzo assalto con fila dalle 9 alla boutique di Peuterey (poi spiegheremo il perchè). Questo il bollettino di guerra dell’outlet di Barberino del Mugello il primo mattino del primo giorno dei saldi, ovvero il 3 gennaio.

Un bollettino alle 13 già vittorioso. Abbiamo il 7% in più di visitatori dello scorso anno annuncia Maria Chiara Bellomo, bella signora montecatinese. E’ la centre manager di Barberino, costruito dai Fratini, quelli della Rifle e oggi in mano al fondo McArthurGlen. Tanta gente, ma troppa senza o con pochi pacchi. Basta vedere la media degli scontrini spiega Aldo Della Valle, area manager di Massimo Rebecchi molto più bassa del passato. I saldi un tempo volevano dire comprare tre maglie, una giacca, un impermiabile. Oggi ci si limita ad una maglietta.

Rebecchi è un marchio toscano, fondato dall’omonimo stilista viareggino. Ma avere un negozio in un outlet rende sempre? Fondamentalmente sì conclude Della Valle. Ma torniamo a Peuterey, dove ci si picchia per recuperare un giubbotto e dove avete almeno 30 persone davanti nella coda per le casse. Il motivo di questo amore per il marchio toscano (nato a Carrara oggi con sede ad Altopascio) fa scoprire che praticare i saldi è anche un lavoro o perlomeno un impegno. Perchè c’è la coda? Perchè spiega Tania, signora che arriva da Pisa è la prima boutique outlet di Peuterey, aperta solo un mese fa. Quindi è la prima volta che fa i saldi. Insomma bisogna informarci, come ci conferma un signore che esce raggiante. Lo sapevo da mesi di questa apertura. Sono contento: ho risparmiato 500 euro. Un altro cliente conferma che i saldi sono un’attività seria (per l’acquirente). Vengo da Sassuolo, sono stato qui tre giorni fa quando c’era poca gente. Ho scelto delle cose e stamani sono tornato per comprarle a saldo. Nessuno ormai acquista per stretta necessità. Chi viene ha almeno 10 giacche in guardaroba, tre cappotti, qualche decina di paia di scarpe. Per molti, ma non è una novità, lo shopping è solo un effetto placebo, una consolazione rispetto alle tristezze della vita o del momento. Ma, conferma una commessa: Una felicità che dura giusto quella mezz’ora che segue lo scontrino. Signora Bellomo, gli outlet al posto dello psicologo e del Prozac? La manager si mette a ridere.

Al centro informazioni le telefonate sono disperate. Si vuole sapere se i saldi iniziano effettivamente oggi, se quel negozio è aperto, se c’è ancora spazio nei parcheggi. Alle 11 sono esauriti. Con varie conseguenze. Che le auto sono ovunque,
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dai cordoli alle vie di fuga. E con un famiglia che si presenta alle informazioni per chiamare i carabinieri. Sono una mamma e due adolescenti. Ci hanno malmenati per il posto auto. Abbiamo preso il numero di targa e ora facciamo denuncia ai carabinieri. Brutta cosa, ma la gente è tanta, un violento capita. Nei sabato normali si viaggia sui 15 mila visitatori. Il record fu di 35 mila visitatori, ma era estate e la sera cantava Gloria Gaynor. I will survive aggratis valeva ampiamente il viaggio e un po’ di patema per i parcheggi. I posti auto sono 2500, ma non bastano. Anche perchè l’outlet ha visto aumentare in poco più di un anno le boutique. Quelle nuove sono 40 per un totale di 130.

A Barberino non soffrono crisi di visitatori, neppure stranieri. In altre realtà spiega ancora Bellomo hanno visto un calo di russi vista la crisi e partendo dall’Ucraina. Noi per fortuna no: il 40% degli stranieri è russo. Gli orientali quelli veri con gli occhi a mandorla li trovate tutti o quasi al negozio di Prada. Dove non si fanno saldi, solo special prices. I cinesi di Prato sono invece ovunque. Ad occhio e croce sono i visitatori più giovani e anche entusiasti. Tanti emiliani e tantissimi toscani. La coda più lunga (dopo Peuterey, naturaliter) la trovate da Ralph Lauren. Motivo banale: il simbolo del giocatore di Polo ha fama mondiale ma qui fanno mega sconti, fino al 60%.

Primo giorno di saldi: viaggio nell’outlet di Barberino del Mugello C chi ha dormito in camper o all Tanta gente (più 7%) ma scontrini in media più bassi. Chance finale per il commercio dopo un Natale grigio (Video di Cesare Bonifazi Martinozzi)

I francesi della Lacoste, invece, per le classiche chemise non vanno oltre il 20 30%. I saldi da outlet, in realtà non dovrebbero funzionare come in un negozio normale. Alcuni marchi lo fanno capire benissimo. Vedi Pollini: uno scarponcino ha l’etichetta col prezzo retail (370 euro), outlet (222 euro) e il saldo sull’outlet (40% di sconto) con prezzo finale, per capirci quello che si pagava ieri, di 133 euro. Da Peuterey il sistema è più semplice: un giaccone da 449 euro è venduto a 204. Io finora ho speso 800 euro, ma non ho un budget prefissato spiega uno studente (sedicente studente, è chiaro) pisano in una pausa degli acquisti. Altri non hanno budget, nel senso che non compreranno niente. Siamo venuti a fare una passeggiata racconta una coppia di Pontedera ma non abbiamo idea di niente. Forse nel pomeriggio andremo ai Gigli, magari perchè lì c’è anche caldo. Non ci manca la fantasia di comprare, mancano i soldi.

Eppure Barberino è outlet popolare, nel senso che prevale la moda casual, per un pubblico medio. La divisa dei 30 40enni (l’età più presente) è jeans, giubbotto e ciuccia di lana ben calata. Qualche signora elegante si presenta da Cavalli, qualcuno scruta i vestiti dei Brook Brothers. Ma pochi. La caccia all’affare si fa da Diffusione Tessile. Ci sono cappotti di Max Mara a cui tolgono il marchio e dimezzano il prezzo spiega Irene da 1000 a 500 euro. Questo è un vero affare perchè è roba di qualità. E qui qualcuno alza il velo su un mistero mai chiarito. Secondo qualche cliente (e molti commercianti delle città vicine) nei giorni dei saldi si rovesciano dei negozi prodotti fatti apposta per i saldi, di qualità diversa dalle normali linee della grandi marche. Vero o non vero, questa sarebbe una violazione della legge toscana che prevede per i saldi solo la vendita di fine stagione. Un dato accertato basta vedere le etichette è il proliferare del made in China (o in Vietnam,
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cambia poco) fra le camicie più amate dai veltroniani o le scarpe simbolo del Sessantotto. E allora perchè correre come pazzi fin dall’alba. Non li capisco proprio sussura sfinita una giovane commessa. E sono solo le 13 del primo giorno di saldi.

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Portare a spasso il bebè può essere la parte più onerosa del corredino. La carrozzina si usa generalmente per i primi 4/5 mesi, poi il bebè può passare nel passeggino: un accessorio molto più duraturo. Se puoi fatti prestare la carrozzina, oppure cerca un modello trio (dove carrozzina, passeggino e ovetto per l’auto si interscambiano sulle medesime ruote. si risparmia qualcosa,
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soprattutto negli outlet). La carrozzina può essere sostituita con la fascia portabebè. Attenzione all’ovetto per l’auto: se lo prendi usato assicurati che sia in perfetto stato, puoi risparmiare su molti accessori ma non sulla sicurezza in auto!

Quando si aspetta un bambino può essere facile farsi prendere la mano dagli acquisti e spendere in accessori o vestitini che poi si riveleranno inutili. Non trascurare nemmeno il riciclo: soprattutto nei primi mesi i neonati cambiano taglia con una velocità impressionante! Se avete quindi un’amica con un bimbo un po’ più grande del vostro chiedetele se ha messo da parte qualche tutina o body: saranno in ottimo stato e magari lei sarà contenta di liberare spazio nell’armadio!
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Fate lo stesso con un’amica che partorirà dopo di voi: il circolo virtuoso del riciclo è un’ottima soluzione anticrisi!

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Il panino perfetto per quando arrivi a casa la sera dopo la palestra e vuoi un pasto tanto veloce quanto energetico: le fettine di carne appena scottate ti forniscono le proteine necessarie ai muscoli dopo il workout, mentre il calcio del gorgonzola accelera lo sviluppo di nuova massa magra. Tempo di cottura a piacimento, obbligatorio soltanto avere pane fresco. Che cosa ti serve (per 2 porzioni) 2 pani di tipo “ciabatta” integrali (80 g l’uno); 2 filetti di manzo da 150 g; 60 g di gorgonzola o di formaggio morbido erborinato; 2 cipolle rosse di Tropea; 20 ml di olio extravergine di oliva; qualche pomodoro secco; 100 g di rucola; 60 ml di aceto balsamico; sale e pepe (in grani, da macinare al momento). Preparalo così 01. Taglia a fettine sottili la cipolla e mettila a stufare a fiamma bassa in una padella antiaderente con un filo d’olio. Dopo circa 10 minuti, quando si è ammorbidita e ha perso la sua acqua, aggiungi un paio di cucchiai di aceto balsamico, copri con un coperchio e lasciala cuocere ancora qualche minuto. Ricordati ogni tanto di mescolare con un cucchiaio di legno. 02. Nel frattempo metti a scaldare la piastra a fuoco alto. Quando è ben calda, abbassa la fiamma e metti a cuocere la carne: se ti piace il filetto al sangue, basteranno 2 3 minuti per lato. Quando ha raggiunto la cottura che preferisci, metti la carne da parte, lasciala raffreddare un paio di minuti, quindi tagliala a striscioline sottili. 03. Taglia il pane a metà. In sequenza farcisci la base del pane con la rucola, i pomodori, le fettine di carne e le cipolle stufate. Sulla metà superiore della ciabatta invece spalma un cucchiaio di gorgonzola, quindi chiudi e. addenta! I valori nutrizionali (per un panino) 410 calorie; 45 g di proteine; 42,7 g di carboidrati; 26,8 g di grassi.
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peuterey piumini outlet il padrino sparito dopo una vacanza a Forte dei Marmi

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Dai “viddani coi peri incritati” a “U siccu”. Già, l’epopea dei corleonesi è terminata con l’arresto di Bernardo Provenzano e più o meno da quel giorno è lui, Matteo Messina Denaro, il capo dei capi, l’ultimo dei padrini. L’uomo che regna su Costa Nostra, ricercato dalle polizie di mezzo mondo ma introvabile. Quasi un fantasma. Un’ombra che aleggia da anni e la cui oscurità, ora, sembra arrivata fino alla Toscana. O forse sarebbe meglio dire tornata.

PANE E MAFIA. La sua storia, quella del “secco”, d’altra parte è fatta di pane e mafia. Perché il papà, Francesco, era il capomandamento di Castelvetrano, il paese in provincia di Trapani, a due passi da Mazara del Vallo, dove questa storia è iniziata. Don Ciccio ha insegnato tutto al figlio, compresi i segreti della latitanza. Lui, infatti, si fece trovare solo nel 1998, quando un infarto lo aveva già stroncato e il corpo fu lasciato nelle campagne vicino al paese come ultimo gesto di sfida nei confronti di chi gli aveva dato la caccia. Da allora comanda Matteo. E il suo regno è cresciuto di anno in anno.

L’ASCESA AL POTERE. Prima la provincia di Trapani, poi l’intera Sicilia. Fedelissimo di Totò Riina, dopo l’arresto del boss che volle la morte di Falcone e Borsellino si mise agli ordini di Provenzano, padrino con cui scambiava pizzini pieni di rispetto e di affetto, ma che in realtà seguiva solo in parte. Era uomo d’azione, Messina Denaro. Faceva parte dei gruppi di fuoco, quelli pilotati dai fratelli Graviano nell’anno terribile 1993. Era già nel gota mafioso, ma quasi fosse uno scherzo del destino è stata propria l’offensiva dello Stato a spalancargli le porte del comando. Uno dopo l’altro sono caduti Provenzano, Bagarella, i fratelli Graviano e soprattutto quel Salvatore Lo Piccolo (in manette dal novembre del 2007) che quel trono glielo contendeva. C’era aria di una nuova e cruenta guerra di mafia, in quei giorni, ma il blitz di Giardinello ne decise le sorti prima ancora che potesse iniziare.

GLI INTERESSI. Da allora comanda lui, Matteo Messina Denaro. E’ diventato il ricercato numero uno. Lo è tuttora ed è anche fra i primi 5 di tutto il mondo. Le inchieste hanno portato in cella molti dei suoi fiancheggiatori, su tutti Filippo Gattadauro, amici e familiari, compresa la sorella Patrizia. Nel corso degli anni sono stati sequestrati beni a lui riconducibili per milioni di euro. I suoi interessi spaziavano e spaziano dalle grande distribuzione organizzata all’ediliza. Persino un grande parco eolico è finito coi sigilli.

LA BELLA VITA. Dell’invisibile, però, nessuna traccia o quasi. Il sospetto è che sia arroccato nel suo territorio, la provincia di Trapani, perché così vuole la storia di ogni padrino, da don Calò Vizzini in poi. Ma Matteo Messina Denaro è un boss diverso. Amava e forse ancora ama la bella vita. I bei vestiti, le auto di lusso, i viaggi. Le donne, soprattutto. Per una commise forse il suo primo omicidio, un’altra è finita in carcere perché lo ha ospitato per anni, un’altra ancora gli ha dato persino una figlia che però non avrebbe mai conosciuto e che avrebbe anche lasciato la casa della nonna per rifarsi una vita diversa. Intanto di lui restano poche tracce.
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