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Yael Plat Israele Younes Baba Ali MaroccoVenerdì 15 giugno 2012 (ore 18.00) si inaugura nella Mole Vanvitelliana (Banchina Giovanni Da Chio, 28 Ancona) la terza edizione del progetto di arte contemporanea Arrivi e Partenze , promosso dal Fondo Mole con la collaborazione dell’Assessorato alla cultura del Comune di Ancona e il sostegno del Presidenza del Consiglio dei Ministri Dipartimento della gioventù e della Regione Marche.

Sede naturale del progetto è la città di Ancona, che per la sua posizione baricentrica tra Europa e Mediterraneo, è il luogo ideale per la confluenza di personalità creative, che nascono da Paesi diversi. Le mostre e gli eventi del progetto sono ospitati nella Mole Vanvitelliana, cittadella fortificata ed ex Lazzaretto a pochi passi dal porto, luogo che negli ultimi anni è diventato il centro di produzione artistica della città. Arrivi e partenze si configura come premessa e punto di partenza per la Biennale de la Méditerranée, che si terrà ad Ancona nel 2013.

Arrivi e Partenze , che prosegue per tutta l’estate fino al 2 settembre, è la terza tappa di un progetto artistico dedicato agli artisti under 35 che, dopo aver presentato, nelle passate edizioni, le più significative esperienze artistiche in Italia e in Europa, si allarga ora allo spazio del Mediterraneo.

I giovani artisti provenienti dai diversi Paesi, sono stati selezionati sulla base della loro produzione (pittura, disegno, installazione, fotografia, video e performance) su un fil di lana che ha avuto come bussola e cardine la lettura sociale e l’intervento artistico di stampo estetico politico. Si compone così un mosaico fatto di dissonanze, rotture, assenze e qualche incontro, che ha come caratteristica distintiva unificante un linguaggio, che parla il codice della contemporaneità. Le traiettorie individuali degli artisti e delle artiste invitati, sono accomunati quindi da una stessa langue: il che non significa che essi siano tessere che compongono un unico mosaico. La scelta della curatrice Elettra Stamboulis si è concentrata su artisti che pongono l’accento sulla geografia intesa non come dispositivo, ma come strumento di conoscenza e rappresentazione: il confine fisico, il paesaggio percepito e rappresentato, il disegno di luoghi dell’anima, i destini incrociati e spesso conflittuali che non possono essere taciuti in una ideologia falsamente armonica, di un Mediterraneo non pacificato. Nelle opere esposte abita la nostalgia e l’assenza, il rifiuto del pensiero unico, la volontà dello svelamento, ma anche spesso l’ironia, che appunto disvela e scommette sul futuro.

Grande l’impatto emotivo, oltre che estetico, dei lavori esposti dagli oltre 25 artisti protagonisti di questa edizione, provenienti da 17 Paesi di 3 diversi continenti. Molte delle opere hanno una profonda valenza politica e civile, e diverse di queste hanno un rapporto interattivo con il pubblico. Dall’altra viene predisposta una sezione di approfondimento che vede la partecipazione degli artisti Marco Strappato, Valerio Nicolai e Julien Tiberi in un rapporto stretto con le curatrici Eva Comuzzi, Alice Ginaldi e Silvia Colaiacomo, per la realizzazione di una mostra site specific che favorisca una progettualita “aperta” dal locale al globale verso molteplici letture e prospettive. Ancora un’artista ispirata dai fatti della primavera araba, Héla Lamine (Tunisia) usa il cibo, tecnica artistica e metaforica, per presentare Nous ne Mangerons plus de ce Pains là (2011), una graffiante serie di sette immagini, dedicata al presidente Zine El Abidine Ben Ali, icona nazionale di un regime parassitario e duraturo, che il virus della rivoluzione ha eclissato rapidamente. Il materiale di partenza dell’opera è il pane (il 14 gennaio il popolo gridava contro il dittatore uno slogan sul pane) imbevuto d’acqua, con cui è stata creata una sagoma neo pop del tutto fisica. L’immagine di ZABA “decaduto” si è così decomposta giorno dopo giorno, producendo muffe e deformazioni. Il declino sotto gli occhi dello spettatore è frutto dell’implacabile esattezza digitale dello scanner, la fotografia sembra così complice del riaffiorare dalle rovine, del volto del potere.

L’eticità del gioco come modalità liberatoria e strumento cognitivo indispensabile è il tema del lavoro di Adelita Husni Bey (Italia Libia), ispirato alle teorie del pedagogista anarchico spagnolo Francisco Ferrer i Guàrdia, che nella sua Escuela Moderna aveva posto come base l’antiautoritarismo e la libera espressione dell’individuo. I due lavori in esposizione ad Ancona I want the sun I want e Postcards from desert Island fanno parte del progetto A Holiday from rules. Il primo è un video, girato all’interno di una scuola francese senza muri interni; mentre il secondo è un’installazione, creata sull’esperienza di un workshop dell’artista, che ha richiesto agli alunni dell’cole Vitruve di Parigi, educati secondo i principi di non competitività e collaborazione, di creare un loro mondo: il risultato è stato spiazzante, grazie all’autonomia creativa dei ragazzi.

Randa Mirza (Libano), fotografa e video maker, formatasi tra Beirut e Parigi, rivolge la sua attenzione ai contesti urbani e sociali, ai conflitti e alle situazioni di cambiamento, alle questioni di genere, per comprendere la complessità della realtà, legata ai luoghi, alla storia, alla politica. L’opera Beirutopia è una serie di grandi fotografie (80 x 100) esposte nella capitale libanese alla fine del 2011, un progetto di resistenza attraverso la fotografia. Con il suo obbiettivo, nelle strade di Beirut, Mirza ha indagato il processo di ricostruzione della città dopo il conflitto, confrontandolo con l’immaginario collettivo trasformatosi attraverso la fiction, che accompagna questo stesso processo. La Beirut del futuro simulata e raccontata nei tabelloni pubblicitari delle Compagnie immobiliari, è una città illusoria, così come lo stile di vita standardizzato che l’affianca, induce a sognare qualcosa in realtà nelle mani di altri, come il lusso, il benessere, il confort. L’iperrealismo di queste immagini è la pelle artificiale della città che l’artista solleva a tratti, rivelandone l’illusione, con l’arma sottile della fotografia.

Mary Zygouri (Grecia) presenta ZOOPOETICS ZOOPOLITICS, tre video performance dal forte impatto visivo: Symbiosis (2007), Decadenza (2008) e Long Live the King (2010), al centro allegorie politiche con precisi riferimenti letterari o storici: Borges, Thomas Mann, il Re Sole. L’azione si svolge in spazi estremi: le reazioni del pubblico, così come degli animali coinvolti (10.000 galline o un elefante), sono imprevedibili. Attraverso interventi pubblici, aperti alla reazione dello spazio pubblico urbano, Zygouri affronta problematiche legate alla crisi dell’identità individuale e sociale nel mondo contemporaneo.

Wafa Hourani (Palestina) ha come cifra stilistica l’ironia, che però non preclude visioni apocalittiche. L’opera Darwin was a Palestinian, esposta per la prima volta ad Ancona, prevede una nuova forma di mutazione genetica, dovuta alla teoria evoluzionistica: perché, per superare i muri, “giorno per giorno il collo dei palestinesi crebbe e divenne più lungo. Allungarono la mano, tentarono di dare un’occhiata ai loro cari, di sentire l’odore del terreno sul lato opposto, di ascoltare il mare e sentire la sabbia. Quanto più hanno perduto, quanto più si sono evoluti. Ridete pure, ma cominciamo a sembrare strani ai vostri occhi. E naturalmente saremo arroganti, perché questi colli lunghi vi faranno sentire molto piccoli”.

La ricerca artistica di Nilbar Gre (Turchia) ha una profonda valenza politica, orientandosi soprattutto sull’identità di genere e sulla questione femminile, attraverso linguaggi che vanno dalla fotografia, al disegno, dal video al collage, fino alla performance vera e propria. Partendo dalla sua famiglia arabo cristiana, ha uno sguardo in cui etica ed estetica coincidono, con esiti dichiaratamente politici. Due le opere in mostra: il video Subaru Mercedes, e l’installazione Scanograms 2, September 2011, Government of Palestine, Passport, El Monayer Family, before 1948 del 2011. Il video Subaru Mercedes è un’intervista ad un membro della famiglia dell’artista, Sami Monayer, che si definisce appartenente a “a minority within minority” (una minoranza nella minoranza), arabo/cristiano/israeliano/palestinese. In Scanograms 2, Guez propone la visione di nove oggetti di legno, che presentano ognuno una pagina di passaporti palestinesi del periodo del mandato britannico, risalenti a prima della fondazione di Israele. Negli oggetti sono riportate scritte in arabo, recuperate dall’artista dopo ricerche d’archivio: sono scritte in egiziano, siriaco, libanese ed evocano un Medio Oriente molto più libero e fluido come confini, convivenze e radici etniche di quello che conosciamo oggi.

La fotografia è il mezzo artistico dell’artista bosniaca Borjana Mrdja, il cui lavoro è realizzato attraverso lo stretto contatto con il pubblico e la relazione con il proprio corpo. Il corpo è il confine e il confine diviene corpo, come in The Border, in cui la ferita presente sulla mano dell’artista viene messa a confronto con i confini della Bosnia nel 2010. Confini labili anch’essi, quanto quelli di una ferita che pian piano cambia forma, si assottiglia e segue il passaggio del tempo.

Al passato che non passa si ispira anche Playing House. Con un finale toccante che racconta l’irreparabile.
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