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Uguale, non mutato.

Il Leopardi compose questo canto dal 13 al 19 maggio del 1822, come si legge nella postilla, che insieme alla premessa, accompagna il testo autografo. Molte letture e molti fattori concorsero alla maturazione e stesura del canto: le letture di Ovidio, come dice lo stesso Leopardi nella premessa alla poesia, ma anche le prose di romanzi quali “La Delphine” e “La Corinne” di M. Stael e “Le avventure di Saffo” di Alessandro Verri. Oltre a ciò concorse, alla scrittura della poesia, la parallela e simmetrica situazione esistenziale con la poetessa greca Saffo con la loro comune situazione fisica cioè quella di avere un alto e raro ingegno poetico posto in un corpo sgraziato e giovane. Ed è proprio su questo aspetto che il Leopardi si sofferma nell’Annuncio delle canzoni del 1825: “Una di queste canzoni che è intitolata Ultimo canto di Saffo intende rappresentare l’infelicità di un animo delicato, tenero, sensitivo, nobile e caldo, posto in un corpo brutto e giovane”. L’anno prima Leopardi aveva scritto il “Bruto minore” che aveva ed ha molti elementi in comune con questo canto dedicato ed ispirato dalla Saffo. In queste due opere del Leopardi, i protagonisti, Bruto minore e Saffo, rinunciano entrambi alla vita per protestare ed elevare la loro sfida al destino crudele e agli empi Dei. Come dice Ugo Dotti: > (da Giacomo Leopardi Canti A cura di Ugo Dotti Feltrinelli Editore Pag. 285). Ma il tono è ben diverso nei due canti: Bruto grida e sfida gli dei, mentre la Saffo esprime “l’ultima effusione del cuore” (U. Dotti); ma la differenza sta, soprattutto, nell’iniziativa e nella forza morale della poetessa, che scenderà nel silenzioso e spaventevole Tartaro per emendare il crudele errore fatto dal cieco dispensatore dei casi. Io, Biagio Carruba, penso che proprio questo motivo renda Saffo più umana e delicata e più pietosa verso gli infelici rispetto a Bruto. Ma il tema dominate del canto è l’infelicitàche pervade sia il canto sia tutta la vita di Saffo, che non può uscire dal proprio corpo se non con il suicidio. Leopardi era anche ben consapevole della impossibilità di uscire dall’infelicità come aveva scritto nello Zibaldone il 10 dicembre 1821: > (pagina dello Zibaldone originario 2243 Citazione presa da Leopardi Zibaldone I Mammut Newton editore Pagina 462). Infelicità dovuta alla bruttezza che esclude Saffo come dice U. Dotti: >. E siccome tutto questo il Leopardi lo sentiva con la stessa intensità e nello stesso modo allora ecco che il poeta immette nel canto il suo “Io lirico” identificandosi e sovrapponendosi alla Saffo nei momenti cruciali del canto. Saffo parla in prima persona dal verso 1 al verso 6; dal verso 7 fino al verso 36 parla in nome degli infelici di chi sente i “disperati affetti”; dal verso 37 riparla a nome personale fino al verso 47, quando, Leopardi, per bocca di Saffo, parla in prima persona e cioè comincia a dare le risposte alle domande poste dalla Saffo, nei primi versi, fino al verso 54; dopo di che la Saffo riprende a parlare per se stessa dal verso 55 al verso 72. Ma accanto a questo tema universale il Leopardi ne sviluppa altri che erano in comune con la poetessa: > (U. Dotti). Ma come scrive ancora U. Dotti: > (pag. 43). Il finale dell’ultima strofa è struggente e malinconico e come dice ancora una volta U. Dotti: > (pag. 287). Il canto è composto da 4 strofe di 18 versi endecasillabi tranne il penultimo settenario che fa rima con l’ultimo.
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