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Uno degli eventi pi angoscianti degli anni 80 fu certamente l’esplosione del reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl, avvenuta il 26 aprile del 1986. Ricordo ancora come fosse ieri il senso di paura e d’impotenza di fronte a quel nemico invisibile che tramite nubi e pioggia si accingeva a invadere l’acqua, il cibo, l’aria e tutto quello che ci circondava. Il 1986 fu l’anno delle reale percezione di quanto precario fosse l’equilibrio tra uomo e natura, tra benessere e apocalisse; fu un evento che fece immaginare a tanti (registi, scrittori, politici) scenari da post umanesimo che sembravano tanto spaventosi quanto realmente possibili.

La regione del Gomel, prossima alla centrale di Chernobyl, fu una delle pi colpite della Bielorussia, bagnata per mesi da piogge radioattive contenenti immense quantit di Iodio 131, Cesio 137 e Stronzio 90. Tra i tanti artisti che hanno dedicato il loro interesse a quel tragico giorno e alle sue conseguenze, c’ il meritevole progetto della Naviar Records e del collettivo di artisti Food And War, che al trentunesimo anniversario col contributo di sei musicisti cercano di ricordare quello che stato come monito per il futuro. Lo strumento utilizzato quello che pi di ogni altro appare capace di descrivere e fotografare ambienti e immagini: la musica ambient o dark ambient.

Il ricordo della realt ha inizio con “Black Rain” (dell’americano Chris Christensen), brano di registrazioni ambientali, dialoghi in bielorusso e un’atmosfera di tragedia imminente. La pioggia nera cadde davvero nella regione del Golem per mesi perch i russi usarono lo ioduro d’argento per “addensare” le nuvole e cercare di ridurre gli effetti sull’uomo e sull’ambiente. Ed ancora la pioggia battente in sottofondo a segnare il passo nel terrificante brano “Tjernobyl” di Robert Rizzi, una pioggia lenta ma inesorabile dove le poche note piano accompagnano i ricordi dei sopravvissuti.

Le “Black Clouds” (Earthborn Visions) restano come incubo nella memoria dei testimoni, incubo che diventa gabbia invisibile dalla quale nessuno pu sfuggire in “Cage Of Obscured Rain” (del musicista italiano Matteo Gazzolo), undici minuti dove l’ingresso di spettrali venti radioattivi coniuga musica industrial e apocalisse. Gli scenari post atomici sono ormai chiari come fossero fotografie, ma il percorso continua e l’unico spiraglio appare in “I Forgot Everything”, con un piano che ricorda il Brian Eno di “Music For Airports”. L’oblio sembra essere l’unico modo per poter andare avanti nella vita di tutti i giorni.

Il finale “Aftermath” dello spagnolo Jes Lastra un drone senza fine, malinconico e oppressivo, ricreato da archi che rimandano alla musica cosmica schulziana tra “Irrlicht” e “Cyborg”; le conseguenze della tragedia sono proprio come un drone, si ripeteranno infinitamente per tempi indefiniti anni o secoli e la musica di Lastra ne la perfetta trasposizione, atto conclusivo di un viaggio nell’orrore a met tra impotenza, angoscia e ansia di denunciare ci che purtroppo stato.
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