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la grave crisi economico finanziaria che affligge gli Stati Membri dell’Unione Europea, con preoccupanti ricadute sull’economia reale, in termini di perdita di competitività e di occupazione, ha assunto proporzioni più preoccupanti per il nostro Paese: 3,2 milioni di disoccupati entro il secondo trimestre del 2014, il crollo delle vendite al dettaglio ai livelli del 2005 e l’azzeramento graduale della capacità complessiva dell’economia italiana di crescere in modo duraturo;le politiche e le misure adottate dall’Unione Europea per porre rimedio alla crisi economica si sostanziano in obiettivi finanziari e di solidità dei bilanci pubblici, senza alcuna considerazione di misure economiche e finanziare di rilancio delle economie nazionali. La stabilità dell’Euro e la regolamentazione del settore bancario e finanziario, erroneamente, sono state per molto tempo totalmente decontestualizzate da ogni genere di politica economica e di sviluppo;la BCE, ai sensi degli articoli 105 e 106 del Trattato di Maastricht e degli articoli 18 e 19 del relativo Statuto, regola la base monetaria dell’Eurosistema. Al fine di scongiurare ogni possibile politica di austerity, il Governatore della Banca Centrale Europea (BCE), Mario Draghi, con la decisione del 5 giugno 2014, ha ridotto il tasso di riferimento allo 0,15 per cento. Precedentemente lo stesso Governatore lo aveva ridotto allo 0,25 per cento. Altresì, il tasso di interesse sui prestiti marginali viene ridotto dallo 0,75 per cento allo 0,4 per cento, mentre, il tasso sui depositi overnight delle banche presso la BCE viene fissato, per la prima volta, ad un valore negativo pari a 0,1 per cento. Questi interventi evidenziano la gravità epocale della crisi. L’obiettivo di tale intervento si sostanzia nella predisposizione di meccanismi volti a favorire gli investimenti, da parte delle banche, nell’economia reale;la gravità della crisi e la mancanza di effetti immediati delle manovre espansive predisposte ha indotto la BCE in data 5 settembre a ridurre ulteriormente il tasso di riferimento allo 0,05 per cento, minimo assoluto nella storia dell’Euro. Altresì, il Governatore Mario Draghi ha annunciato un programma di acquisti di titoli Asset backed Securities (Abs) ed obbligazioni garantite (Covered bonds) per sostenere la liquidità delle banche che hanno concesso prestiti a famiglie ed imprese;in sostituzione dei precedenti Long Term Refinancing Operation (LTRO) prevalentemente utilizzati dalle banche per l’acquisto di titoli di Stato, la BCE ha predisposto un nuovo piano di finanziamenti cosiddetto Targeted Longer Term Refinancing Operations (TLTRO): trattasi di fondi vincolati alla concessione di credito ad imprese e famiglie. Il piano di rifinanziamento è pari a 400 miliardi di euro, di cui 75 miliardi sono destinati alle banche italiane;il Governatore Mario Draghi ha dichiarato che la BCE acquisterà anche titoli come residential mortgage backed securities (RMBS), ovverosia cartolarizzazioni di mutui per l’acquisto di abitazioni o altro. Non si comprende ancora se la liquidità così creata tornerà al mercato immobiliare oggi fortemente in crisi oppure verrà utilizzata per l’acquisto di titoli di Stato o per altre tipologie di investimento;le decisioni della BCE, nell’immediato, hanno l’obiettivo di arginare una reale deriva deflattiva delle economie nazionali di molti Stati membri, tra cui ed in particolar modo l’Italia. Il Governatore Mario Draghi si è posto il fine di riportare l’inflazione vicino al 2 per cento. La suddetta manovra finanziaria ha la sua ratio nella Teoria quantitativa della moneta (TQM) in base alla quale l’accrescimento della base monetaria determina l’aumento dei prezzi e quindi incide direttamente sul livello di inflazione. Da quanto asserito si lascia intendere che, nel caso di specie, l’aumento dell’inflazione è voluto e necessario, sebbene si conoscano i rischi conseguenti ad una poco meticolosa (e distorta) gestione degli strumenti di politica monetaria. Il timore che si possa perdere ogni controllo e raggiungere finalità diverse rispetto a quelle volute è reale, soprattutto se, in concreto, i beneficiari dell’iniziativa non risulteranno essere i ceti sociali maggiormente colpiti dalla crisi. Come l’esperienza degli ultimi anni ha inesorabilmente dimostrato, l’imputato principale è e resta il sistema bancario e finanziario che ha ripetutamente disatteso i buoni propositi delle Istituzioni europee perseverando nella bieca logica del conseguimento dei profitti, ponendo perdite e fallimenti a carico dei bilanci pubblici e della collettività (cosiddetta socializzazione delle perdite);nello specifico è doveroso precisare che i desiderati effetti finanziari legati alla riduzione del tasso di riferimento non si sono concretizzati in quanto il sistema bancario e finanziario ha veicolato le maggiori liquidità verso i mercati finanziari. Potrebbe, quindi, accadere nuovamente che il sistema bancario e finanziario non investa nell’economia reale, privilegiando l’acquisto di titoli di stato e gli investimenti nei mercati finanziari, che per le relative caratteristiche, fino ad oggi, sono stati più remunerativi e competitivi degli investimenti nell’economia reale;le imprese quotate nei mercati finanziari o che ricorrono al mercato dei capitali per reperire le risorse da impiegare nella propria attività d’impresa sono state agevolate dalla grande mole di investimenti effettuati nell’economia finanziaria, e questo sicuramente grazie al regime fiscale agevolato dei redditi di natura finanziaria che ha reso, da un lato, più conveniente per gli investitori risparmiatori la scelta di investire nei mercati finanziari e, dall’altro, più sostenibile per le imprese interessate la raccolta dei capitali grazie ad interessi passivi molto più bassi rispetto agli interessi pagati dalle PMI lontane dai mercati finanziari per prestiti e mutui;si ricorda che le rendite finanziarie dal 1997 al 2011 sono state tassate con un’imposta sostitutiva ad aliquota fissa pari al 12,5 per cento. Un’impostazione finanziaria e fiscale di questo genere reggerebbe in un contesto economico caratterizzato da grandi imprese, per lo più quotate in borsa. L’Italia, a differenza dei principali Stati membri come Francia, Germania e Regno Unito, ha un tessuto produttivo caratterizzato da piccole e medie imprese (PMI) con una forte vocazione artigianale. Quest’ultime, per le loro caratteristiche intrinseche, difficilmente riescono a reperire capitali per il tramite dei mercati finanziari. Il ricorso ai prestiti obbligazionari è limitato, infatti la relativa consistenza non raggiunge l’8 per cento dei debiti finanziari delle imprese. Solo poche aziende italiane emettono obbligazioni sul mercato dei capitali, circa 10 all’anno, nell’ultimo decennio. Il confronto internazionale rileva un eccessivo ritardo del nostro Paese, in considerevole aumento negli ultimi anni. Al fine di superare il gap con il decreto legge n.83 del 2012 sono stati istituiti i cosiddetti mini bond, ovverosia obbligazioni emesse da piccole e medie imprese attraverso una procedura semplificata. La stima delle possibili emissioni è stata quantificata in un valore compreso tra i 50 ed i 100 miliardi di euro. I mini bond avrebbero dovuto far confluire questa liquidità dai mercati finanziari verso l’economia reale, ma l’alto rischio, la bassa negoziabilità e l’alta volatilità degli stessi titoli, nonché così come affermato dal governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco il basso importo unitario delle emissioni e la difficile valutazione del merito creditizio ne hanno bloccato la concreta realizzazione;in particolar modo si rileva che, la presenza in borsa è circoscritta a poche grandi imprese. Escludendo le società finanziarie, nel 2012 in Italia le imprese quotate risultano essere 230, a differenza delle circa 700 di Francia e Germania e della Borsa di Londra che risulta essere una delle principali piazze finanziare del mondo. In Italia il valore di mercato complessivo delle società non finanziarie quotate è inferiore al 20 per cento del prodotto interno, a fronte del 75 per cento della Francia e del 45 per cento della Germania. Questo significa che la quota prevalente di investimenti nei mercati finanziari, da parte del sistema bancario e finanziario italiano, favorisce il sistema produttivo degli altri Stati membri e delle principali economie internazionali e che l’aumento del PIL italiano non può essere decontestualizzato da maggiori investimenti a favore delle piccole e medie imprese lontane dai mercati finanziari;diversamente, gli investimenti nell’economia reale, sotto forma di crediti a favore di famiglie ed imprese da parte di banche ed intermediari finanziari, sono stati subordinati prima all’imposta sul reddito delle persone giuridiche (IRPEG) istituita dal decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n.598, con aliquote che dal 1987 al 2003 sono oscillate da un minimo del 34 per cento ad un massimo del 37 per cento, e successivamente, con il decreto legislativo n.344 del 12 dicembre 2003, all’imposta sul reddito delle società (IRES) con aliquota pari al 33 per cento dal 2004 al 2007 ed al 27,5 per cento a decorrere dal 2008. Altresì, gli investimenti nell’economia reale sono difficilmente liquidabili, maggiormente rischiosi e meno remunerativi rispetto ai lauti profitti derivanti dalle attività altamente speculative dell’economia finanziaria. Queste caratteristiche ed il maggior carico fiscale di tali fattispecie di investimenti si riflette inevitabilmente sulla percentuale di interessi passivi a carico di imprese e famiglie, e questo rende sicuramente meno sostenibile per le imprese lontane dai mercati finanziari reperire i capitali necessari allo svolgimento della propria attività;
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le rendite di natura finanziaria dal 2011 al 2014 sono state tassate con un’aliquota pari al 20 per cento istituita dall’articolo 2, del decreto legge n.138 del 2011, ed a decorrere dal 2014, sono tassate con un’aliquota pari al 26 per cento istituita dall’articolo 3 del decreto legge n.66 del 2014 L’aumento al 26 per cento della tassazione delle rendite finanziarie riguarda tutte le fattispecie di reddito di capitale relative a interessi e proventi assimilati, fatto salvo alcune eccezioni, tra cui, in particolar modo, i titoli pubblici italiani ed equiparati ed i titoli pubblici di Stati Unione europea o See white list, tassati al 12,50 per cento. Il suddetto aumento e la concorrenza dei titoli pubblici avrà un importante impatto sul costo della raccolta dei capitali, nei mercati finanziari, da parte delle imprese italiane. L’aumento riguarda anche i redditi da partecipazione in fondi comuni d’investimento e Società di investimento a capitale variabile (Sicav), sia italiani che esteri, e gli interessi ed i proventi:a) delle obbligazioni e delle cambiali finanziarie emesse da grandi emittenti, ovverosia banche e società con azioni negoziate nei mercati regolamentati;b) delle obbligazioni, dei titoli similari e delle cambiali finanziarie negoziate nei medesimi mercati regolamentati ovvero nei sistemi multilaterali di negoziazione emessi da società diverse dai grandi emittenti;da quanto asserito si desume che l’aumento della tassazione delle rendite di natura finanziarie renderà più difficile reperire i capitali per le circa 230 imprese italiane (non finanziarie) quotate nei mercati finanziari e per le 10 imprese in media all’anno che emettono obbligazioni sul mercato dei capitali;per le piccole e medie imprese la situazione è sicuramente peggiore in quanto:a) sarà sempre più difficile reperire capitali necessari all’esercizio dell’attività d’impresa a causa della loro scarsa attitudine all’utilizzo di strumenti finanziari di raccolta del capitale e della loro lontananza dai mercati finanziari, lontananza che crescerà in seguito all’aumento della tassazione delle rendite finanziarie al 26 per cento;b) la sostenibilità dei crediti concessi da banche ed intermediari finanziari è minore rispetto agli strumenti finanziari utilizzati dalle imprese presenti nei mercati finanziari, a causa di interessi passivi a loro carico di valore maggiore;c) la crisi economica ed il credit crunch hanno ridotto al minimo la reperibilità dell’unica ed onerosa fonte di finanziamento ovverosia il credito bancario;i confidi rappresentano un tassello importante nel contesto finanziario italiano, svolgendo un apprezzabile ruolo di connessione fra banche e micro piccole imprese. Nonostante le debolezze strutturali, la garanzia mutualistica ha concesso alle piccole e medie imprese di attenuare gli effetti del credit crunch, l’intensificarsi della crisi economica ha generato un forte aumento della domanda di garanzie e un notevole incremento nel numero di imprese associate. Questo intervento provvidenziale ha avuto un costo, infatti i confidi sono stati beneficiari di un immane flusso di fondi pubblici, mirati a lenire i prevedibili effetti di razionamento del credito a carico delle piccole e medie imprese. D’altronde i confidi non possono qualificarsi come un vero e proprio strumento di politica economica, in quanto la loro operatività è settoriale e particolaristica, e per tal motivo i loro effetti non si diffondono omogeneamente nel tessuto economico e produttivo, e quindi i medesimi effetti sono destinati a soccombere di fronte agli effetti negativi della crisi economica, unitariamente intesa. Infatti, dal 2008 ad oggi si assiste, in particolar modo per il compatto non vigilato dei confidi, ad un progressivo aumento della mole di sofferenze e perdite, ed altresì, le continue perdite, a fronte dei livelli di patrimonializzazione già di partenza esigui, non possono essere affrontate ed assorbite per lungo tempo;l’articolo 1, comma 48, della legge 27 dicembre 2013, n.147, ai fini del riordino del sistema delle garanzie per l’accesso al credito delle famiglie e delle imprese, del più efficiente utilizzo delle risorse pubbliche e della garanzia dello Stato, ha istituito il Sistema nazionale di garanzia, che ricomprende i seguenti fondi e strumenti di garanzia: il Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese e il Fondo di garanzia per la prima casa. In particolar modo il Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese è gestito per conto del Ministero dello sviluppo economico dal raggruppamento temporaneo di imprese costituito dalla mandataria Mediocredito Centrale spa e dalle mandanti Artigiancassa spa, MPS Capital Services Banca per le Imprese spa, Mediocredito italiano spa ed ICBPI Istituto centrale delle banche Popolari italiane spa. L’articolo 1, comma 48, della suddetta legge ha rifinanziato il medesimo Fondo con 468 milioni di euro per il 2014, 550 milioni di euro per il 2015 e 550 milioni di euro per il 2016. Da quanto si desume i propositi e gli effetti benefici sono i medesimi dei richiamati confidi, ma anche al riguardo si evidenziano delle perplessità. Le risorse per quanto ingenti sono decisamente limitate rispetto alla portata globale della crisi economica, quindi i destinatari dell’iniziativa sono fortemente limitati ed altresì il Fondo è gestito da pochi istituti di credito senza una precisa articolazione territoriale che possa garantire una omogenea distribuzione delle risorse su tutto il territorio nazionale e soprattutto senza una equa distribuzione delle competenze tra tutti gli istituti di credito presenti nel territorio nazionale. I benefici realizzati sono del tutto marginali a fronte degli oneri erariali assunti e della settorialità e specificità delle iniziative;nell’ultimo decennio, in Italia, si è assistito ad un poderoso processo di concentrazione bancaria, non sempre giustificato da corrette esigenze di rafforzamento patrimoniale ed economie di scala, ma principalmente ispirato da motivazioni legate al consolidamento di posizioni di potere di gruppi capitalistici e familiari noti. Gli effetti sull’economia reale sono a tutti evidenti e quotidianamente denunciati da chi è chiamato a spiegare le ragioni profonde del declino del nostro Paese. Le piccole banche locali sono state, così, progressivamente assorbite da grandi gruppi bancari, e le diverse modalità di allocazione del credito operate da quest’ultime hanno avuto effetti sulla valutazione del merito creditizio delle imprese. Il processo di integrazione finanziaria determinando l’aumento della competizione nel sistema bancario ha determinato, altresì, una crescita del potere di mercato delle banche di grandi dimensioni. Ciò, a sua volta, ha favorito lo sviluppo di una segmentazione del mercato, in cui le banche di grandi dimensioni operano una differenziazione regionale del mercato mediante l’adozione, in ciascuna regione, di differenti politiche per quanto concerne la determinazione dei tassi di interesse e l’atteggiamento da tenere nei confronti della domanda di credito. Come sostenuto dalla letteratura ed evidenziato da numerose ricerche empiriche, solo alcune classi di debitori le imprese di grandi dimensioni e di regioni quelle maggiormente sviluppate usufruiscono concretamente della disponibilità di credito, mentre le piccole imprese e le regioni economicamente meno sviluppate e più periferiche, continuano ad operare con conseguenze negative per il sistema economico e produttivo. Quanto asserito è ampiamente dimostrato dai dati pubblicati dalla Banca d’Italia sul Bollettino Statistico del I trimestre 2014, dai quali si evince che la percentuale di impieghi effettuati dalle banche in relazione ai depositi è maggiore per le regioni del centro nord Italia. Nello specifico per l’Italia Nord Occidentale il rapporto Impieghi/Depositi e risparmio postale è pari al 145 per cento, per l’Italia Nord Orientale il rapporto Impieghi/Depositi e risparmio postale è pari al 140 per cento, per l’Italia Centrale il rapporto Impieghi/Depositi e risparmio postale è pari al 184 per cento, per l’Italia Meridionale il rapporto Impieghi/Depositi e risparmio postale è pari al 89 per cento ed infine per l’Italia Insulare il rapporto Impieghi/Depositi e risparmio postale è pari al 110 per cento;sempre dall’analisi del richiamato Bollettino statistico della Banca d’Italia si evince che la distribuzione dei finanziamenti deteriorati, sul piano regionale, è del tutta omogenea. Nello specifico i finanziamenti deteriorati in relazione agli impieghi sono pari al 4,8 per cento per l’Italia Nord Occidentale, al 5,3 per cento per l’Italia Nord Orientale, al 3,9 per cento per l’Italia Centrale, al 6,8 per cento per l’Italia Meridionale ed infine al 7,2 per cento per l’Italia Insulare. Sulla base di questa analisi si desume che gli investimenti nelle regioni del centro sud Italia non siano eccessivamente più rischiosi rispetto agli investimenti effettuati nelle regioni settentrionali, e che gli investimenti in quest’ultime non sono i più sicuri;sulla base di un’attenta analisi di quanto fin ora asserito si evincono una serie di connotazioni del nostro sistema economico, produttivo e finanziario che devono essere assunti come postulati nel tentativo di individuare soluzioni normative e fiscali preposte ad arginare la crisi economica:a) in Italia esiste un sistema produttivo caratterizzato da piccole e medie imprese, al quale si sta contrapponendo un sistema bancario e finanziario di grandi dimensioni che predilige gli investimenti altamente speculativi dell’economia finanziaria;b) a differenza di Francia, Germania e Regno Unito, il valore di mercato complessivo delle società non finanziarie quotate è inferiore al 20 per cento del prodotto interno ed il numero di imprese italiane che emettono obbligazioni sul mercato dei capitali è pari a circa 10 all’anno, negli ultimi dieci anni;c) l’esigua percentuale di investimenti realizzati nell’economia reale, da parte di banche ed intermediari finanziari, è destinata esclusivamente alle imprese di maggiori dimensioni inserite in contesti economici più sviluppati e geograficamente più vicini e maggiormente coll
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