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Il prossimo Convegno ecclesiale nazionale, il quinto, com’è noto si celebrerà a Firenze nell’autunno del 2015. I convegni della Chiesa italiana hanno segnato, anche in virtù della loro scansione decennale, una periodizzazione della vita della comunità cattolica italiana e del suo rapporto con la realtà del paese. Essi coprono un quarantennio di storia e quattro papi su cinque hanno conferito a questi appuntamenti un ruolo di indirizzo. Posti alla metà del decennio, costituiscono infatti tradizionalmente un punto di recezione e di verifica degli orientamenti pastorali della Conferenza episcopale italiana (CEI) pubblicati all’inizio del decennio stesso, e sovente hanno rappresentato anche una svolta o una correzione di rotta rispetto ai medesimi.Quella che oggi ci appare, ed è, come una storia fu all’inizio un’intuizione che la leadership della CEI (e segnatamente il suo segretario, mons. Enrico Bartoletti) ebbe e manifestò a Paolo VI per cercare di reagire alla contrapposizione frontale tra la Chiesa e la società italiana e alle divisioni interne alla comunità ecclesiale (non solo il dissenso, ma anche parte dell’intellettualità cattolica) manifestatesi in occasione del referendum sul divorzio, celebrato nel maggio del 1974. Esso aveva disvelato non solo un paese più secolarizzato sul piano religioso di quanto non si ritenesse. ma anche un profondo distacco tra Chiesa e mentalità diffusa: l’Italia non era più un paese cattolico. La Chiesa aveva davvero un problema di evangelizzazione e registrava una perdita di incidenza nella società italiana. Esso segnava infine simbolicamente anche la crisi del disegno montiniano sulla comunità ecclesiale italiana.Gli anni di Paolo VIPaolo VI è stato il papa che più si è direttamente occupato del ruolo e della fisionomia della Chiesa in Italia. Profondamente italiano, attento alle vicende del nostro paese fin dagli anni della Segreteria di stato e papa del Concilio, ha inteso svolgere lungo questo duplice binario, la piena italianità e la ricezione del Vaticano II, il suo ruolo di primate d’Italia. Entrambi gli aspetti passano in primo luogo attraverso la definizione della fisionomia istituzionale della Conferenza episcopale italiana e la politica delle nomine episcopali (alla fine del suo pontificato, l’episcopato italiano sarà per il 5 5 % montiniano). E attraverso la guida della CEI, puntando ora sulla Presidenza ora sul ruolo della Segreteria, è riuscito a indirizzare la pastorale italiana verso quella che viene considerata la dimensione primaria ed essenziale della Chiesa: l’evangelizzazione. Essa diveniva il fondamento dell’autocoscienza della Chiesa e lo strumento pratico per ritessere le relazioni tra il cattolicesimo italiano e una nazione scossa da profonde trasformazioni economiche, sociali e politiche. Il papa riteneva inoltre che per reggere il confronto con la società moderna, il nodo fondamentale del cattolicesimo italiano fosse quello della creazione di una duplice classe dirigente cattolica: quella politica e quella episcopale. Ed egli intendeva incidere su entrambi i gruppi dirigenti.Accanto alla CEI, il papa pensava a un altro strumento organizzativo centralizzato: l’Azione cattolica italiana (ACI). Il quadro ideale offerto all’azione fu la scelta religiosa: nelle sue forme organizzative supreme della gerarchia e del laicato, la Chiesa italiana doveva disincagliarsi dalla politica diretta degli anni pacelliani per evitare di essere spaccata al proprio interno, dichiarare finita l’ambizione che l’ACI potesse controllare il partito di riferimento, la Democrazia cristiana (DC), e riconoscere come suo compito peculiare e immediato l’evangelizzazione e la ricostruzione della comunità cristiana. La rianimazione della comunità cristiana come via alla riaffermazione dell’identità cattolica del paese.Nel suo disegno, Paolo VI includeva anche un ruolo preciso della DC e non rinunciava all’unità politica dei cattolici. Egli pensava a una DC non clericale, sorretta dal consenso dei cattolici non in ragione della loro professione di fede, ma per la validità politica e l’efficacia storica dell’azione del partito di riferimento. Alla DC, vero e proprio correlativo oggettivo dell’ACI, era affidato un compito prossimo, ma ben distinto, alla missione della Chiesa nel paese: assicurare la tenuta del quadro politico istituzionale e le libertà civili. Da questo punto di vista l’unità politica dei cattolici rimaneva una condizione irrinunciabile, anche se la motivazione, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, non poteva più essere clerico dottrinale, ma semmai politico prudenziale.Nella stessa DC era già iniziato dalla fine degli anni Cinquanta un profondo movimento di laicizzazione e di autonomia del partito, di cui si resero protagoniste le correnti organizzate interne, e in posizione di leadership morale e politica Aldo Moro. Non è da sottovalutare un certo ruolo dialettico che la DC (non solo in età degasperiana) seppe esercitare nei confronti della Chiesa e del mondo cattolico: una vera e propria politica ecclesiastica del partito, come l’aveva definita Moro in occasione dell’apertura a sinistra verso il Partito socialista. Gli anni dal 1968 in poi misero radicalmente in discussione tutti i riferimenti, sia quelli culturali, sia quelli organizzativi, traumatizzandoli. Diversamente emblematici sono i casi dell’Azione cattolica e della sua scelta religiosa e delle ACLI e della loro scelta politica . Mentre la scelta religiosa, segnando un allontanamento dallo scontro politico ideologico verso un immaginato pre politico, mirava a salvare il contenitore organizzativo in attesa che passasse il tornado, le ACLI entrarono direttamente nella vicenda politica, dapprima con la scelta socialista, poi con una propria formazione, allontanandosi dalle indicazioni del magistero e producendo una prima spaccatura associativa. A questa spaccatura e al dissenso ecclesiale di gruppi e comunità di base si aggiungeva la laicizzazione spontanea di associazioni e istituzioni in prevalenza economiche e sindacali che, in origine, avevano avuto come radicamento la comunità cattolica.Mons. Bartoletti (segretario generale della CEI dal 1972 fino alla morte, avvenuta nel 1976) era convinto che i problemi interni e le relazioni esterne della Chiesa avrebbero trovato una giusta dimensione solo in una rigorosa opera di evangelizzazione, assieme a un profondo ripensamento della vita sacramentale.Tra le linee espresse con il documento pastorale Evangelizzazione e sacramenti (1973) e i successivi che ne svilupparono il piano e con il processo di rinnovamento della catechesi (avviato nel 1970), e il I Convegno nazionale della Chiesa italiana Evangelizzazione e promozione umana (Roma, 1976), si sviluppò un orientamento pastorale che costituì la prima vera ricezione del Vaticano II in Italia. Essa tematizzava l’insufficienza di una cristianità puramente anagrafica: Il nostro tempo e, in modo più specifico, la cristianità del nostro tempo afferma mons. Bartoletti nel dicembre 1972 sono caratterizzati dalla precarietà dell’evangelizzazione. Come avviene sul piano sociale, anche nella Chiesa riemerge oggi un analfabetismo di ritorno.Occorre preoccuparsi più decisamente di costruire un cristianesimo di convinzione. Solo se si nutrono della Parola e del Sacramento, i cristiani potranno essere realmente maturi per i compiti che sono chiamati a svolgere nel mondo.Il primato ad intra e ad extra dell’evangelizzazione, l’accettazione critica della secolarizzazione, il ripensamento delle strutture e delle strategie pastorali nelle Chiese locali, una maggiore comprensione nei confronti del pluralismo, anche politico, del laicato costituivano la sostanza della linea Bartoletti. Il Convegno, che si svolse in ottobre, avrebbe dovuto essere e in gran parte fu un’esperienza inedita nella Chiesa italiana, inimmaginabile prima del concilio Vaticano II, nel quale dovevano confluire le comunità locali con tutte le loro componenti (vescovi, sacerdoti, religiosi e laici) nel rispetto di tutte le diversità. Bisognava accettare le spinte che provenivano dal basso della Chiesa e provare a integrarle, per recuperare almeno in parte il dissenso.Il metodo era giusto. Non servì tanto a integrare il dissenso (lo fece in parte), che nel frattempo cominciò a sciogliersi, ma a fare emergere una realtà nuova presente nella società italiana e nella Chiesa, di ispirazione prevalentemente cristiana e generazionalmente nuova, il volontariato, che con la creazione della Caritas italiana troverà la sua sponda ecclesiale.La presidenza Ballestrero e le prospettive del paeseDagli stessi avvenimenti dirompenti di quegli anni (referendum, avanzata del Partito comunista nelle elezioni del 1975 e del 1976, diffusione del pensiero radicale, crisi dell’associazionismo cattolico, logoramento politico della DC dopo la morte di Moro), altri esponenti della gerarchia e del laicato (da mons. Benelli, sostituto alla Segreteria di stato, ai vescovi lombardi, a movimenti come Comunione e liberazione) avevano tratto conclusioni diverse da quelle che Paolo VI aveva affidato a mons. Bartoletti. La risposta alla perdita di connotazione cattolica del paese doveva essere quella di una riproposizione dell’identità di fede legata all’identità sociale. L’intero periodo è dominato da una più o meno latente opposizione tra i due poli: evangelizzazione e riforma della Chiesa locale, da un lato; presenza nel sociale, opere cattoliche e movimenti ecclesiali dall’altro.La nuova Presidenza della CEI (nel maggio del 1979, Giovanni Paolo II aveva nominato presidente l’arcivescovo di Torino, Anastasio Ballestrero) elaborò un ulteriore tentativo di ricezione del Concilio attraverso il documento pastorale intitolato Comunione e comunità, accompagnato dalla nota Chiesa italiana e prospettive del paese (entrambi del 1981) e seguito, come nel decennio precedente, dagli altri documenti di sviluppo del piano pastorale. I nuovi orientamenti si discostavano abbastanza da quelli del decennio precedente, soprattutto per l’aspetto di maggiore concentrazione sulla crisi interna della comunità cristiana. Il programma era molto ricco sul piano ecclesiologico e cercava di ritrovare il senso della comunione ecclesiale, mentre motivava l’apertura della comunità credente al mondo. Se il decennio degli anni Settanta aveva guardato alla Dei Verbum e alla Sacrosanctum concilium, quello degli anni Ottanta guardava alla Lumen gentium e alla Gaudium et spes.Tra il 1980 e il 1985, la CEI venne inoltre assumendo una nuova fisionomia sul piano organizzativo e statutario, anche per effetto della promulgazione del nuovo Codice di diritto canonico (1983), dell’applicazione dell’Accordo di revisione del Concordato lateranense (1984) e dell’approvazione del nuovo Statuto (1985). Ma il quinquennio fu anche attraversato da un’altra spaccatura (di minor peso all’interno della comunità cattolica, ma altrettanto forte nel rappresentare la distanza tra la Chiesa e il paese): il referendum sulla legge che aveva legalizzato l’aborto, celebrato nel 1981 e dal quale quella legge risultò confermata. Ciò nonostante la leadership della CEI, rafforzata anche dalla nomina a Milano nel 1980 del nuovo arcivescovo nella persona di Carlo Maria Martini, non intese discostarsi troppo dalla linea pastorale assunta durante il pontificato precedente. Anche se gli equilibri interni al cattolicesimo italiano erano cambiati.La nuova presenza dei cattolici nella società si presentava come fortemente diversificata quanto ai soggetti e agli ambiti CL nella scuola, il volontariato e le opere di carità nelle emergenze sociali e civili e, naturalmente, quanto agli orientamenti confessionalismo ed evangelismo critico verso le istituzioni pubbliche e gli stili di vita correnti, forme di neo comunitarismo, e forme di contrapposizione ideologica. In tutte queste forme era evidente una esternalità alla DC, una più o meno spiccata sfiducia nello strumento partito e nelle virtù mediatorie della DC e del suo ceto politico.Le due dinamiche prevalenti si tradussero, dal lato dei nuovi movimenti in un duplice moto di indifferenza culturale e di occupazione dello strumento partito, e dal lato del volontariato sociale in una maggiore affinità culturale con una parte della tradizione democristiana, accompagnata tuttavia dal disinteresse verso lo strumento partito. Furono queste le dinamiche che attraversarono il laicato cattolico nell’ultimo periodo della DC, quello del dopo Moro (1978 1992).Difficile ricomporre quest’area esterna dentro la DC. La parte movimentista poneva ad esempio l’accento sulla specificità dell’apporto del cristiano alla vita sociale, condizionandolo all’appartenenza organica al movimento, il che finiva per porre in secondo piano il tema dell’evangelizzazione e della riforma della Chiesa locale oltre a mettere in mora ogni idea di pluralismo e di libertà di scelta individuale. La libertà di annunciare il Vangelo veniva strutturalmente legata all’organizzazione sociale delle opere cattoliche, in modo tale che la proposta dell’ideale cristiano e l’azione concreta e specifica in difesa degli spazi sociali e delle istituzioni cattoliche non solo convergessero, ma coincidessero.Riorientare la CEI: Giovanni Paolo ll e RuiniSe Paolo VI, il più italiano dei papi del Novecento, governò direttamente la Chiesa italiana e influì sul partito cattolico secondo un disegno di reciproca distinzione, Giovanni Paolo II (primo papa non italiano della storia contemporanea) propose da subito un intervento diretto della Chiesa italiana sulla società, mentre non dimostrò mai una spiccata affinità culturale rispetto allo strumento partito. Ciò nonostante, lungo gli anni del suo pontificato, la figura del partito cattolico non viene mai rinnegata, né positivamente superata sino alla sua caduta. Sulla Chiesa italiana, il nuovo papa polacco si affidò alla minoranza dell’episcopato, quella montiniano benelliana, che riteneva più combattiva anche in ragione del suo espresso confessionalismo, e che portò con decisione del tutto autonoma ai vertici della CEI.Con questa componente, di cui Ru Mi è stato il più brillante e moderno interprete, il papa condivideva una visione moderata del Concilio e la preoccupazione di un’uscita a sinistra dalla crisi politica nazionale; riteneva dunque necessaria una ripresa centralizzatrice in seno alla Chiesa e auspicava una ripresa di leadership del cattolicesimo sul piano nazionale. Auspicio espressamente consegnato, nel II Convegno ecclesiale nazionale (Loreto, 1985) alla formula poi costantemente ripetuta da Ruini (segretario della CEI dal 1986 e presidente dal 1991 al 2007) e ripresa dal papa stesso nella sua lettera all’episcopato italiano nel gennaio del 1994di un ruolo guida e dell’efficacia trainante che la fede deve mantenere o recuperare nella società pluralista.Fu proprio a Loreto, a mezzo del Convegno nazionale dedicato a Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini, che il papa ruppe gli indugi e chiese un cambiamento di linea alla Chiesa italiana. La Chiesa deve operare attivamente affinché le strutture sociali siano o tornino a essere sempre più rispettose di quei valori etici in cui si rispecchia la piena verità sull’uomo. Su questo punto non erano ammissibili distinguo. Al contrario i cattolici avrebbero mancato al loro dovere. Ogni legittimo pluralismo era da considerare secondo a questo compito.Il riorientamento della Chiesa italiana fu affidato all’allora ausiliare di Reggio Emilia, appunto mons. Camillo Ruini, che all’interno del gruppo preparatorio del II Convegno ecclesiale aveva rappresentato al meglio le istanze della parte identitaria della Chiesa italiana. Con la sua nomina a segretario della CEI, nel 1986 si avvia un percorso nuovo, potremmo dire parallelo e convergente tra la vicenda della Chiesa italiana e il pontificato di Giovanni Paolo II. In questo quadro e fino alla permanenza della DC anchel’altra linea espressa dal pontificato montiniano, quella riformatrice, ha conosciuto una qualche legittimazione ed è stata, pur con precise limitazioni (si pensi al riordino della Caritas italiana, o dell’Azione cattolica), garantita anche per controbilanciare l’esplosione movimentista, non particolarmente congeniale a Ruini. La prosecuzione dei piani pastorali e dei convegni ecclesiali nazionali è andata in questa direzione.Una rilegittimazione della presenza dei cattolici a livello sociale e politico era stata tentata sin dalla fine degli anni Ottanta con la ripresa delle Settimane sociali dei cattolici italiani e con la creazione in varie diocesi delle Scuole di formazione all’impegno sociale e politico. Con gli orientamenti pastorali Evangelizzazione e testimonianza della carità (1990) veniva offerto il nuovo quadro di riferimento pastorale alla Chiesa italiana, ispirato alla nuova evangelizzazione di Giovanni Paolo II, ma fortemente sintetico altresì delle linee dei due precedenti decenni. Una buona sintesi. I vescovi indicavano tre ambiti privilegiati: l’educazione dei giovani al Vangelo della carità, la scelta degli ultimi, la rinnovata presenza dei cattolici nel sociale e nel politico. La crisi politica e morale del paese veniva affrontata anche da altri interventi dedicati alle grandi questioni del paese: Mezzogiorno (Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno, 1989); legalità (Educare alla legalità, 1991); questione settentrionale e unità nazionale (Lettera del papa ai vescovi italiani, 1994).
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