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Dal debito al credito pubblico: incubi, sogni e progetti (Nuova Secondaria)

di Luciano Corradini professore emerito di pedagogia generale nell’università di Roma Tre

“Un po’ con dolore un po’ con vergogna abbiamo vissuto in questi ultimi mesi una retrocessine evidente della nostra immagine nazionale, dovuta alla caduta del nostro peso economico e politico nelle vicende internazionali ed europee”. Così Giuseppe De Rita dà inizio al 45 Rapporto sulla situazione sociale del Paese, CENSIS, Angeli, Roma, 2011.

Da mesi leggiamo e ascoltiamo analisi sulle cause remote e prossime di questa

crisi finanziaria, che è mondiale ed europea, ma soprattutto italiana, e che ha prodotto e produrrà altri danni, forse di gravità estrema, secondo certe previsioni. Sembra che il cittadino comune non possa farci nulla, se non rassegnarsi a pagare tasse sempre più alte, in attesa che passi la nottata, o che si scateni lo tzunami della bancarotta. “I vescovi ci invitano ad avere speranza”, notava Giorgio Bocca, recentemente scomparso, sull’Espresso del 28 ottobre 2011.

Riteneva però di non poter accogliere l’invito, sulla base di questo giudizio: “l’impressione generale, scoraggiante, paralizzante è che sia troppo tardi per venirne fuori, le complicità sono troppe, le malversazioni di massa soffocanti, le occasioni di riscatto rare” “Sono le grandi dimensioni dei nostri attuali vizi, delle nostre pigrizie, delle nostre cattive abitudini a imprigionarci”.

In sostanza l’insipienza, l’impreparazione e l’incapacità politica avrebbero la loro radice in un tratto del nostro costume e della nostra mentalità.

“Il paese è bello, ricco di beni naturali, ma è molto difficile viverci per l’anarchia di chi ci abita. Per l’illusione costante di poter migliorare la società senza disciplina e senza sacrifici, per l’idea assurda che esista uno “stellone”, una garanzia di fortuna che spontaneamente risolve i problemi del paese”.

Questa “illusione costante” sarebbe frutto di una malattia di tipo socioantropologico, che Bocca ha cercato di approfondire nel saggio L’Italia l’è malada, Feltrinelli, Milano 2005.

Il basso continuo delle sue analisi dure e amare, si può riassumere nella tesi che “alla maggioranza delle persone va bene la rinuncia alla libertà, pur di non avere grane, pur di vivere tranquilli”. Non si tratta della “tranquillità dell’anima” nell’accezione di Seneca e di Democrito, che l’intendevano come frutto di rettitudine e di saggezza: si tratta piuttosto di sentirsi attaccati al particulare di Guicciardini, cioè al “farsi i fatti propri”, restando estranei o indifferenti al bene e al male comune e rimuginando la poco creativa domanda: “chi te lo fa fare?”.

Secondo questa prospettiva, il problema della crisi non sarebbe primariamente dovuto a fattori di carattere economico e finanziario, ma a fattori di carattere etico, psicologico, culturale.

La malattia finanziaria

Alla metafora della malattia, questa volta suo piano biologico, sono ricorsi anche alcuni ministri del Governo “tecnico” di Mario Monti, che hanno parlato di “cure da cavallo” necessarie per affrontare un accesso di “febbre” indotta dai mercati finanziari, che sono stati sul punto di perdere completamente la fiducia nella solvibilità del nostro debito “sovrano”. Se questo fosse successo, e se alle scadenze prefissate non si fossero più acquistati i nostri titoli di Stato, sarebbero venute meno le risorse necessarie a finanziare l’indispensabile spesa pubblica, e a evitare la bancarotta. Per ora, in seguito alla “manovra salva Italia” di Monti la febbre è calata, ma non è guarita la malattia: questa, detta in termini finanziari, è dovuta alla necessità di far fronte a un debito di quasi due mila miliardi di euro, con i relativi interessi, che superano gli ottanta miliardi l’anno. La primavera che ci attende non è tranquilla, se è vero che occorre collocare sul mercato 150 miliardi di titoli del debito.

La “febbre da cavallo” che abbiamo vissuto e per ora in parte superato, si misura col termometro dello spread, che è, come ormai noto, l’indicatore numerico che registra la distanza, a nostro svantaggio, della fiducia che i mercati hanno nei riguardi della solidità della nostra economia e della solvibilità del nostro debito, nei confronti della Germania. L’équipe “medica”, ossia il “Governo dei professori” guidato da Mario Monti, è stata invitata dal Presidente della Repubblica al capezzale dell’Italia gravemente ammalata di spread, e ha ottenuto la fiducia del Parlamento, nel pieno rispetto delle procedure previste dalla Costituzione. Anche la manovra d’emergenza proposta dal Governo, e in qualche modo concordata in sede parlamentare, è stata approvata con larga maggioranza, dovuta al convergere di forze di centro, di centro destra e di centro sinistra.

Alcuni sono fieramente ostili, altri rassegnati all’idea che il governo Monti faccia il “lavoro sporco”: in questo modo, pensano, i partiti potranno presentarsi alle prossime elezioni “con le mani pulite”, come se la medicina amara (tasse, tagli e allungamento del periodo di lavoro) non fosse stata resa necessaria dalla precedente incuria di chi doveva intervenire per tempo. Con questa logica, si dovrebbe considerare sporco anche il lavoro dei chirurghi, che invece è pulito e prezioso, quando salva una vita,
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togliendo di mezzo un cancro. Si tratta di vedere se il Governo Monti è stato chiamato a incidere nella carne viva per togliere di mezzo un cancro e per rinforzare le risorse dell’organismo indebolito, o per martirizzare un organismo sano, per nulla bisognoso di cure drastiche.

Fin qui abbiamo utilizzato la metafora della malattia fisica, che presenta un alto tasso di oggettività e di pericolosità, e che solitamente suggerisce ai malati di rivolgersi ai medici, non perché “non politici”, ma perché competenti e credibili, in materia di salute, più di coloro che non sono riusciti ad impedire l’emergenza. Su questa conclusione si è trovata d’accordo, sia pure con qualche riserva, un’ampia maggioranza bipartisan. Le opposizioni di destra e di sinistra, con argomenti simili, anche se con diversa violenza verbale, rimproverano il Governo di non avere risolto in un mese una malattia aggravatasi negli ultimi decenni, e di non meritare fiducia: meglio dunque andare alle urne, a qualunque costo.

Un precedente di vent’anni fa e le avvisaglie di una malattia sistemica

Non è la prima volta che le diagnosi sull’esistenza o meno del male e le terapie per curarlo entrano fra loro in conflitto. Molti ricorderanno il “settembre nero” del 1992, quando il nostro Paese rischiò la bancarotta. Il metodo “chirurgico” utilizzato dall’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato, che nel luglio era arrivato a prelevare il sei per mille dai conti correnti bancari, per “una situazione di drammatica emergenza della finanza pubblica”, e che poi promosse una manovra da novantatremila miliardi di lire, venne inteso da qualcuno come un atto di responsabilità, e dai più come una rapina. La maggioranza parlamentare e i sindacati accettarono la medicina amara, ma dovettero affrontare aspre contestazioni.

I lettori meno giovani di questa rivista ricorderanno che si parlò allora, e anche in anni successivi al ’92, di “volontariato fiscale”, relativamente al comportamento del sottoscritto, che aveva mandato una lettera al presidente Amato, impegnandosi a versare all’erario, oltre ovviamente alle imposte, il 10% del proprio stipendio di docente universitario. I versamenti mensili continuarono per un anno e mezzo.

Lo strano comportamento, scaturito da una particolare vicenda vissuta all’interno del CNPI, che non era riuscito a pronunciarsi in merito, era finalizzato a lanciare un allarme sul pericolo che si stava correndo, ad appoggiare un’antipatica ma necessaria operazione di finanza straordinaria, a denunciare le conseguenze nefaste della corruzione e dell’evasione fiscale, che stravolgono la vita economica, sociale e politica, a richiamare i politici ad una gestione più responsabile del bilancio statale e infine a dimostrare che si può campare anche con uno stipendio ridotto, se c’è di mezzo la salvezza del Paese.

Poiché eravamo nell’epoca di tangentopoli, il mio gesto venne considerato da molti velleitario e ridicolo, non solo per la sproporzione esistente fra un versamento individuale e un debito che allora era di unmilioneseicentomila miliardi di lire (oggi è quasi raddoppiato, essendo arrivato a quasi duemila miliardi di euro, in percentuale quasi il 120% sul PIL), ma per la scarsa fiducia che allora si nutriva (e anche adesso le cose non vanno meglio), nei confronti dei gestori del pubblico denaro. Questa situazione di reciproca incomprensione alla lunga diventa esplosiva. Questo debito è pubblico e non affare esclusivo dei tecnici dei Ministeri e dei parlamentari delle Commissioni Bilancio e Finanze e Tesoro; e i cittadini non sono croceristi ignari e indifferenti alle condizioni del carico della nave e di quelle del mare.

E’ apparso sempre più chiaro che il debito pubblico si trova nel punto d’incrocio fra due patologie, una di tipo economico finanziario, l’altra di tipo etico culturale. Toccava alla politica fare interventi tecnicamente provveduti, eticamente corretti e convincenti, per superare il muro d’incomunicabilità fra i cittadini e le istituzioni. Non si doveva rassegnarsi a mantenere uno Stato spendaccione che, quando si trova nei guai, “tosa la pecora”, e un cittadino che pensa ai fatti propri, mentre la nave rischia il naufragio.

Il rifiuto della terapia e la ricetta di Napolitano nel messaggio di fine anno

Il nostro problema era quello di superare la contrapposizione frontale tra uno Stato avvertito come onnipotente, cattivo e rapace, e un cittadino avvertito come buono, tartassato e quindi giustificato a ribellarsi e a evadere il fisco. In effetti sorsero allora diverse iniziative antitasse. Da parte di una forza politica, poi divenuta maggioranza, si promise che lo Stato non avrebbe mai “messo le mani nelle tasche degli italiani”. Il ministro Padoa Schioppa disse invece che le tasse sono “bellissime”, per le finalità sociali che consentono di raggiungere: e fu assalito da un coro di proteste. Difendendosi, aggiunse che sono gli evasori, non lo Stato a mettere le mani nelle tasche degli italiani.

Anche oggi ci sono forze che cercano di legittimare il rifiuto di pagare tasse sempre più alte, giungendo fino ad assumere atteggiamenti antistato. Si pensi da un lato a certe prese di posizione della Lega Nord, dall’altro a quelle del movimento dei cosiddetti Tea Party, d’impostazione neoliberista, che si rifanno all’esperienza della rivolta di Boston del 1773, contro la tassa sul te imposta dalla madrepatria inglese alle Colonie americane. Analoga imitazione del movimento americano (We are 99%) si è sviluppata col movimento dei “Draghi ribelli”, che contestano l’1% dei detentori della ricchezza, che si sono arricchiti provocando la crisi finanziaria del 2008.

Con prospettive simili, anche il movimento degli “indignados” spagnoli, giovani cui la crisi sta “rubando il futuro”, contesta il dovere di concorrere a pagare il debito sovrano, col motivo che i guai nascono dai banchieri e che il debito non l’hanno fatto i giovani. Non ci sono dubbi sulla loro non colpevolezza e sulle responsabilità delle generazioni adulte, in particolare di chi ha gestito la nostra finanza pubblica, e di coloro che gestiscono la finanza mondiale, spinti dal “desiderio morboso della liquidità”, come diceva Keynes. Il fatto è che questo debito esiste e che il non pagarlo significa rimanere senza la benzina necessaria alla vita economica del Paese. I più svantaggiati sarebbero ancora i meno protetti.

Nel suo messaggio di fine anno il presidente della Repubblica Napolitano ha detto che “il debito pubblico che abbiamo accumulato nei decenni, pesa come un macigno e ci costa tassi d’interesse pericolosamente alti”. Alle eccessive spese di Stato “si legano strettamente fenomeni di dilagante corruzione e parassitismo, di diffusa illegalità e anche di inquinamento criminale”. A questi si unisce “l’altra grande patologia italiana: una massiccia, distorsiva e ingiustificabile evasione fiscale”. Fra le terapie il Presidente cita la “puntuale revisione e riduzione della spesa pubblica corrente, anche se ciò comporta rinunce dolorose per molti a posizioni acquisite e a comprensibili aspettative”. Non vale dunque rivendicare i cosiddetti “diritti acquisiti” di navigazione,
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quando si rischia il naufragio.