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spiegare v. tr. [lat. explcare; v. esplicare, che ne rappresenta la derivazione dotta] (io spiègo, tu spièghi, ecc.). 1. a. Svolgere, distendere ciò che era ripiegato o avviluppato, in modo che l’intera superficie risulti aperta e distesa, e visibile: s. la tovaglia, il tovagliolo, il lenzuolo, per usarli; s. una pezza di stoffa per misurarne l’altezza; s. una planimetria, una carta geografica, per consultarla; s. un rotolo; s. la bandiera o le bandiere al vento; s. le vele, spesso nella locuz. letter. s. le vele al vento (o ai venti), salpare, o, genericam., partire. In usi fig., ant. o letter., liberare da una situazione intricata, difficile; anche al rifl.: io scoppio Dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego (Dante). b. Aprire, allargare: s. le ali, riferito a uccelli, distenderle per volare, e per estens. s. il volo, prendere il volo, volare ad ali spiegate, anche in senso fig.: Ma il mio signor, com’aquila sublime, Dietro ai sofi novelli il volo spieghi (Parini); Spiega il pavon la sua gemmata coda (Poliziano). Con uso estens. in alcune locuz.: s. le truppe per l’attacco, s. una squadra navale, s. le forze dell’ordine, disporle in formazione di combattimento o d’intervento; s. la voce, tutta la voce, cantare o recitare con la maggiore sonorità possibile di voce; s. il canto, cantare a piena voce. c. letter. Tirar fuori, protendere: s. gli artigli, le unghie; Va, raccogli ove arato non hai; Spiega l’ugne; l’Italia ti dò (Manzoni). d. non com. Nel rifl. e intr. pron., stendersi, disporsi: la cavalleria andava spiegandosi sui fianchi della fanteria; aprirsi davanti agli occhi, mostrarsi apertamente e per esteso: diradatasi la nebbia, si spiegò alla nostra vista un’ampia vallata; vede spuntar l’angolo del lazzeretto, passa il cancello, e gli si spiega davanti la scena esteriore di quel recinto (Manzoni). 2. fig. Far capire, chiarire, rendere chiaro e intelligibile qualcosa di oscuro e di difficile comprensione: s. un concetto filosofico; s. un passo difficile di Tacito, una terzina oscura di Dante; s. un’antica epigrafe latina; s. il significato di una parola, di un termine, o s. una parola antiquata, un termine tecnico; s. le cause di un fenomeno; s. un indovinello, un enigma, un rebus, una sciarada; un vero giornalista spiega benissimo quello che non sa (Leo Longanesi); con soggetto di cosa: la tua deduzione non spiega nulla; i princip spiegano i fatti; anche intr. pron., chiarirsi, divenire chiaro: ora comincia a spiegarmisi tutta la faccenda. Nella pratica dell’insegnamento, esporre delucidando o commentando: s. un teorema, una regola grammaticale, il pensiero di un filosofo, un capitolo di storia; esporre il contenuto di un testo chiosandolo e interpretandolo: s. il Vangelo, la Divina Commedia; s. Virgilio, il Petrarca, ossia un testo di Virgilio, del Petrarca; anche assol.: è un professore che spiega molto bene. Con accezione più generica, insegnare, indicare: mi spiegò come azionare il congegno; gli spiegai la strada che doveva prendere. Ancora più genericam., in usi ant. o rari, far conoscere, esporre, dire: mi spiegò tutte le sue disavventure; quello che le sante leggi della amicizia vogliono che l’uno amico per l’altro faccia, non è mia intenzione di s. al presente (Boccaccio). Con la particella pron. riflessiva in funzione di compl. di termine, spiegarsi, intendere, afferrare con l’intelletto, rendersi conto di una cosa: ora mi spiego perché non ci ha invitati; non so spiegarmi come sia accaduto; non riesce a spiegarsi che cosa sia successo; come ti spieghi il suo silenzio?; non riusciva a spiegarsi il perché di tanta fretta. 3. Nella forma rifl., spiegarsi (cioè spiegare sé stesso), farsi capire, esprimere il proprio pensiero: non ti sei spiegato bene; spiègati meglio!; in inglese mi spiego con qualche difficoltà; benché sia muto, riesce a spiegarsi abbastanza bene per mezzo dei gesti; con valore reciproco, venire a una spiegazione, esprimersi reciprocamente le ragioni del proprio dissenso: dopo essersi trattati con freddezza per var giorni, alla fine si spiegarono. In locuz. che si intercalano enfaticamente in un discorso, quasi ad assicurarsi che l’interlocutore abbia compreso ciò che si è detto: mi spiego?; mi sono spiegato?; non so se mi spiego; anche ironicamente: è una vera prepotenza, non so se mi spiego. Con riferimento a cosa (come soggetto), essere evidente, palese: è un fatto che si spiega da sé, senza bisogno di aggiungere altro. 4. letter. Mostrare, adoperare: s. zelo, coraggio, sollecitudine; spiegò un’arte sopraffina per allettarla, per attirarla senza destarle il minimo sospetto (Capuana); svolgere: s. una notevole attività. Part. pass. spiegato,
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anche come agg. (v. la voce).

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di Beppe Grillo e il suo Neurologo E’ bello constatare la fine del razzismo, la gente è stata informata del fatto che le razze non esistono più, lo dice la scienza, il corredo genetico di un afroamericano che fa blues a Chicago è uguale a quello di un cinese che gioca in borsa a Pechino. Come può fondarsi una discriminazione fra tipi di esseri umani diversi se ammettiamo che non esiste quella differenza? E’ una bella cosa, dovremmo esserne felici.

A suo tempo il razzismo era stato appoggiato “scientificamente” dall’eugenetica: la convinzione che non soltanto le differenze ci fossero ma che queste dovevano essere rinforzate verso la genesi di razze sempre superiori. Normalmente, subito dopo il riferimento alla superiorità, venivano citati sia i vantaggi per l’umanità intera che per l’uomo in sè. L’uomo si sarebbe migliorato e potenziato, con il tempo, nel corpo e nella mente. Il colore, ovviamente, era bianco (come quello di Gesù, eppure nato in Palestina). Bianco e con gli occhi azzurri, era l’uomo ideale da cui partire per quel viaggio che avrebbe risolto i problemi sociali, culturali ed economici dell’umanità.

Era un modo di recepire la selezione naturale forzandola, come già avevan fatto gli spartani. Insomma un’idea che c’è sempre stata e che ha sempre portato agli orrori storici riconosciuti unanimamente come tali ma, come tali, sempre ripetuti.

Oggi non è più così, il concetto di razza è stato “scientificamente esautorato”. Il mondo sarà più bello per questa ragione, sono venti di libertà che soffiano da ogni latitudine, ma dove? Soprattutto qui, in Europa. Un “qui” che è definito esclusivamente da una moneta comune e dalle regole bancario finanziarie che la tengono ferma a 1,20 rispetto al dollaro, come fosse una specie di stella polare. Quelle regole, uniche ad essere rispettate dagli stati sovrani d’Europa, che vengono enunciate come verità scientifiche dagli scerpa dei banchieri che dicono di governare le province europee.

L’euro è una cosa buona, è stato pensato da grandi uomini per il bene delle persone. Eppure a me ricorda proprio quei concetti destinati a migliorare la vita di tutti; quelle soluzioni definitive ai problemi dell’umanità in cui inciampiamo sempre nella storia. Un pensiero buono, un eu pensiero. Ancora non si percepisce il miglioramento in effetti; probabilmente si tratta di una mia fissazione. Oppure per aspettare gli effetti positivi sull’economia e l’umanità dell’euro ci possiamo anche prendere una, oppure due tre generazioni; magari tutto il tempo che servirà, ma a chi servirà questo tempo? All’euro naturalmente, certo che no. Soltanto una cosa è chiara quando si parla dell’euro: la domanda “cui prodest” è vietata. Porsi quella domanda, chi se ne avvantaggia, è politically scorrect, così come mettere in discussione il mito del 3%.

Per farti accettare mettiti in riga con il 3%. Come se esistesse davvero un vaccino che previene i dolori della mancata devozione al politically correct. Allineati, e i Leader Europei ti accoglieranno a braccia aperte.

A suo modo è un messaggio di speranza: se, invece di pensare, utilizzi un cortocircuito mentale, il luogo comune, allora la nuova morale europea è una realtà che consola il vuoto stesso di pensiero. Persino Berlusconi sta riacquisendo una dignità mediatica allineandosi al numero sacro, che viene tenuto in salvo da chi si proclama a favore della scienza, un vero miracolo di san Gennaro permanente.

Sono colpito da questi due poli fatti di montagne di parole, che declamano la scienza mentre giocano a Poker con soldi non loro, che sostengono la competenza ma riescono a far svanire intere biografie, fedine penali chilometriche, con la magia come se fossero rughe in una pubblicità di una TV locale di provincia.

“Eppur ci tocca”, mi auto virgoletto, eppure sembra esistere davvero, gli ologrammi cominciano a spostare delle leve reali.

Intanto il concetto di razza lo hanno già superato sia lo stato delle cose che la globalizzazione: difficile immaginare una riduzione del costo del lavoro e un allargamento a dismisura dei consumatori di spazzatura se ci fosse un mercato diverso per ogni cultura e/o razza. Intanto viene favorito dai media un nuovo benpensantesimo, un eu pensiero o pensiero eu ropeo. Lo vedo come una forma di razzismo del pensiero: ci sono quelli che pensano bene e quelli che pensano male.

I grandi cambiamenti dei flussi economici e sociali si verificano, come sempre, in modo imprevedibile e senza velocità predefinite. Il modo in cui reagiamo davanti la paura che questi cambiamenti portano con se è il punto chiave. Così la globalizzazione ha bisogno che scompaiano le razze ma ha anche la necessità vitale che nasca l’eupensiero, dal razzismo al pensierismo insomma, e sta accadendo sotto i nostri occhi.

La trasformazione del vecchio continente (500 milioni persone, non dovremmo dimenticarlo) in un enorme mercato, un gigantesco centro commerciale dei soldi più che delle merci non è facile a realizzarsi senza ricorrere ad una globalizzazione del pensiero. E’ evidente a chiunque apra gli occhi un istante che l’ingrediente mediatico di questa nuova, enorme, mutazione degli equilibri mondiali è un pensiero comune: il modo di pensare eu ropeo. Quello che rende possibile la confusione di scienza con politica, vedi i vaccini, e se succede questo significa che nel brodo di coltura di questo nuovo mondo globalizzato è prevista una “politica esatta” che denigrerà tutte le altre come “incompetenti” o “inesatte.”

Le persone credono al 3%, non capiscono, eppure credono che quel numero sia giusto, sia esatto. Perché siamo entrati nell’epoca delle post confluenze: scienza, politica economia e finanza si fondono per dire qual è il bene comune. Ma non è vero, basta che sembri così per tenere le persone nel recinto.

C’è chi ripete e sostiene che “la scienza non può essere democratica,” è una cosa talmente ovvia che non dovrebbe neppure essere detta. Ma se lo si afferma facendo politica, in un paese democratico, la frase ha tutto un altro senso. Quindi anche la politica non è più democratica? Devi essere obbligato a vaccinarti perché lo dice la scienza! Un ossimoro che salta agli occhi e te li acceca. Obbligare oppure non obbligare è politica, fare vaccini sempre migliori è scienza.

Eppure pensavo che la scienza fosse dubbio, fosse fatta di domande e non di risposte sclerotizzate. Ero sconsolato ma pochi giorni fa, sul Fatto Quotidiano, viene riportato un articolo su Nature a proposito dei vaccini che “dà ragione a Di Maio”. Sono contento che qualcuno racconti che non sappiamo ancora la verità ultima sulla questione. Eppure mi infastidisco, perché Nature non dà ragione a nessuno, quello è il modo dialogante e problematico di procedere della scienza. L’unica cosa che un uomo non di scienza può fare di buono per lei è incrociare le dita, tifare perché faccia centro con le cose che ci terrorizzano, magari se è un politico, rendere la vita più facile agli uomini di scienza, assicurarne la pluralità, spostare delle risorse economiche verso la scienza e verso tutto ciò che aiuta il pensiero ad essere se stesso: vario, imprevedibile, spesso inconfrontabile. Quel grande bagaglio di risorse a favore dell’uomo rappresentato dalla sua capacità (potenziale) di pensare. Non a costruire e fare in modo che i media selezionino un pensierismo, l’eupensiero uniforme e segregante. Equivale ad uccidere l’ultimo derivato dell’organico dell’evoluzione, la nostra stessa coscienza. Quando penso all’intelligenza artificiale delle volte sorrido tra me perché mi chiedo: ma quale intelligenza traslocheremo in quella delle macchine? Quale morale, quale cultura? Quella da Talk Show oppure le “mentalità” di Eistein, Shakespeare e Fermi? La morale del bunga bunga oppure quella di Francesco?

Come si è sempre detto e convenuto per i frutti della tecnologia è comunque l’uomo a decidere se e come disporne, la politica quindi, certo non chi li ha creati. Oggi si allude alla possibilità che ci sia un mondo di cose esatte davanti al quale bisogna inginocchiare la democrazia, ecco perché sembrano non esserci dubbi sul vaccinare obbligatoriamente tutta l’Italia.

Un fenomeno più sottile dell’eugenetica, che era elitaria, perché deve “suonare bene a tutti”: dal pensionato con la minima alla ragazza madre (esistono come prima). Sono tutti clienti del denaro e del debito, tutti uguali davanti allo sportello tranne chi uguale non lo è.

Il PD ha piazzato, tra i suoi slogan, che “è a favore della scienza” e in molti si sentono dei Piero Angela in pectore. Stiamo passando dal concetto di giusto nel senso morale a quello di esatto di una scienza che, se continuiamo a negarle fondi e attenzioni, appassirà.

Insomma, passando dal razzismo al pensierismo il bene e male, vero e falso, giusto ed ingiusto, si confondono in un unico triste calderone che azzoppa l’umanità. Sarà forse chiamata “ipocrisia strutturale dell’era post globalizzazione?” Mentre i flussi di denaro e le banche hanno bisogno di un uomo uniformato, appiattito che viene declamato primo fra gli uguali (esattamente come fosse il cliente in uno spot) mentre, in realtà, le differenze sono sempre più marcate e gravi. Quello che conta è che non diano scandalo basta puntare le telecamere da un’altra parte. Se sei abbastanza Macron puoi andare in giro con la tua ex molestatrice, ricordare con tenerezza quando la maestra stava con te quindicenne mentre la caccia al pedofilo è in pieno corso. Il Macron: senti che termine, diventerà l’unità di mìsura della macroscopicità dell’ipocrisia.

E certo che l’omologazione del pensiero sta facendo molti sforzi per vincere in queste elezioni; in un clima ancora più psichiatrico dell’era berlusconiana sta morendo la persona, rischiamo di perderci tutti quanti. Quando guardate al microscopio un tessuto, se vedete dei grandi accumoli di qualcosa, è quasi sempre segno di una patologia. E non c’è ipocrisia che possa nasconderci all’infinito che le disparità di oggi sono quasi medievali. Non siamo più razzisti per ragioni scientifiche, la morale non centra, così i disperati in fuga da mesi vengono fermati con la violenza dagli stati canaglia, dalle milizie. Chi passa, si accomodi pure, nessuna discriminazione razziale ma solo la cara, vecchia, sistemazione mafiosa e tante pacche sulle spalle. La cara vecchia Italia.
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LIVORNO. La capolista Carrara fa la capolista e passeggia sull’Under 20 piellina fin dalle battute iniziali (5 31 il parziale al 10′). Destino beffardo anche per l’U 18 regionale, superata a domicilio da un Cus Pisa abulico nella prima metà partita, ma tremendamente feroce nel terzo e quarto periodo. L’unica gioia del weekend la firma l’U 16 di Trocar battendo Rosignano (42 39). Delusioni per le due squadre U 15 (l’Eccellenza ko con Firenze e il regionale con San Miniato) e per l’U 14, stordita a Follonica. Bella esperienza per il gruppo U 13 al torneo di Firenze, sponda Affrico. Under 20 PIELLE CARRARA 40 78 PIELLE: Blancis 1, Garzelli 2, Bertolini 5, Baia 6, Cianetti 10, Bianchi, Costantini, D’Arrigo, Lombardo 8, Lepore 4, Massoli 4. All. Referendario, Tonarini. Under 18 regionalePIELLE CUS PISA 43 73 PIELLE: Ferro 3, Garzelli, Bartoletti, Stocchetti 10, Simonini, Palomba 2, Scarpellini 1, Pancrazi 2, Baia 4, Lepore 15, Amaddio 6, Mainardi. All. Botteghi. Under 16 regionalePIELLE ROSIGNANO 42 39 PIELLE: Giarratano,
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Cosimi 6, Gassani 3, Meini L., Palamara, Forti 2, Meini M. 2, Bindi, Santucci 16, Nannipieri 13, Ceccotti, Pacchiani. All. Trocar, Tonarini. Under 15 EccellenzaPIELLE LEGNAIA 59 67 PIELLE: Pirone 15, Pistolesi 2, Sainati 19, Bianchi 11, Verenini 7, Salvadorini, Giachetti, Baccelli 2, Di Zillo 1, Simonetti 2, Iacopini, Sensani. All. Marovelli. Under 15 regionalePIELLE SAN MINIATO 53 75 PIELLE: Sgherri 11, Morettini 5, Falleni 9, Leonardini 19, Palomba 3,
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The causes of deforestation and degradation vary from region to region. In the tropics, agribusiness clears forests to make space for things like cattle ranching, palm oil and soy plantations for animal feed. Demand for wood products can threaten forests around the world, whether it is for throw away paper products or hardwood flooring. Some paper producers take seriously their responsibility to carefully and sustainably manage, harvest in, and source from these forests, while also supporting local economies.

Greenpeace works in collaboration every day with First Nations, governments, other forest products companies, and unions to foster a responsible forest products industry and healthy local communities. Numerous global companies and household brands have embraced Greenpeace’s critiques and ultimately adopted more sustainable practices. We strong and lasting collaborations with countless companies who have traveled the path from conflict to solutions.

So there no reason why Canada’s largest forestry company, Resolute Forest Products, can the same.

The Power of the Marketplace

If corporations have the power to destroy the world’s forests, they also have the ability to help save them.

Companies can make an impact by introducing “zero deforestation” policies that clean up their supply chains. That means holding their suppliers accountable for producing commodities like timber, beef, soy, palm oil and paper in a way that does not fuel deforestation and has a minimal impact on our climate.

Companies should set ambitious targets to maximize the use of recycled wood, pulp, paper and fiber in their products. For the non recycled products they buy,
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they should ensure that any virgin fiber used is certified by a third party certification system such as the Forest Stewardship Council.

But these corporations haven’t taken action on their own.

That’s why we’re investigating, exposing and confronting environmental abuse by corporations. Thanks to your actions, major companies are changing their ways and building solutions to protect jobs and our forests.

Learn more about what steps corporations like Kimberly Clark, Nestle, and McDonald’s have taken to stop deforestation.

Standing with Indigenous Peoples

Forests around the world have been home to Indigenous peoples for tens of thousands of years. Evidence shows that when Indigenous peoples’ rights to traditional lands and self determination are respected, forests stay standing. But too often, corporations and governments overlook or intentionally trample the rights of Indigenous peoples.

By using less stuff, eating sustainable food, and choosing recycled or certified sustainable wood products, we can all be part of the movement towards zero deforestation.

Using your voice to speak for forests matters, too. When people join together and demand forest conservation, companies and governments have to listen.

Changing the Politics

If we’re going to stop deforestation, we need governments to do their part.

That starts with cracking down on corruption and ensuring fair enforcement of forest conservation rules. Corruption fuels illegal logging and unsustainable forest management, which in turn can fuel organized crime or even armed conflict.

Beyond the rule of law, we need world leaders to embrace ambitious domestic and international forest conservation policies based on the latest science.

Globally, we need commitments to reduce greenhouse gas emissions from deforestation in developing nations, especially those with tropical forests. Forests for Climate is one way to make that happen.

Forests for Climate is an innovative proposal for an international funding mechanism to protect tropical forests. Under this initiative, developing countries with tropical forests can make commitments to protecting their forests in exchange for the opportunity to receive funding for capacity building efforts and national level reductions in deforestation emissions. This provides a strong incentive for developing countries to continually improve their forest protection programs.
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Comunicato stampa Quante e quali dislessie? Una ricerca sulla comorbilit nella dislessia con misure comportamentali e risonanza magnetica funzionale riporta la lettura al centro dell degli scienziati. Condotto dal Dipartimento di Psicologia dell di Milano Bicocca, lo studio stato pubblicato sulla rivista

Milano, 28 novembre 2017 Solo il deficit specifico nella lettura pu distinguere i dislessici. In assenza, definire una persona con un qualsiasi disturbo dell o in difficolt nei compiti di tipo motorio pu portare a errori nella diagnosi e nella scelta delle terapie.

Attualmente in Italia, come ha evidenziato la ricerca sviluppata dal Dipartimento di Psicologia dell di Milano Bicocca, la percentuale delle persone affette da dislessia compresa fra il 3 e il 5 per cento della popolazione. Per individuare i deficit contemporaneamente presenti nella dislessia, il gruppo di ricerca del Dipartimento di Psicologia ha utilizzato misure di tipo comportamentale e la risonanza magnetica funzionale (fMRI, functional Magnetic Resonance Imaging). L della ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica l della comorbidit nei dislessici adulti.

La comorbilit o comorbidit in ambito medico indica la coesistenza di pi patologie nello stesso individuo e il limite dei precedenti studi sul tema stava nel basarsi su misure esclusivamente comportamentali. Con l combinato della risonanza magnetica funzionale e di test comportamentali specifici stato invece possibile analizzare anche le dinamiche dei circuiti cerebrali nei pazienti dislessici e rinforzare il valore delle osservazioni.

I ricercatori hanno riscontrato che i dislessici adulti erano sistematicamente compromessi soltanto nella lettura e nei compiti visuo fonologici legati alla lettura, mentre altri tipi di deficit erano solo occasionali come in qualsiasi persona non dislessica (ad esempio, deficit motori o relativi alla percezione visiva di stimoli in movimento). I soggetti con dislessia non mostravano difficolt nello svolgere compiti

puramente uditivi, ma faticavano in quei compiti fonologici che comportavano il recupero del suono partendo da stimoli visivi.

In linea con tali risultati, la risonanza magnetica funzionale ha mostrato un pi basso livello di attivazione della corteccia occipito temporale sinistra (l OTC, left Occipito Temporal Cortex) solo nel compito della lettura. Questa regione del cervello, considerata un bivio naturale fra il sistema che riguarda la lettura e altri circuiti cerebrali, non ha mostrato lo stesso livello di interconnessione fra dislessici e non dislessici: si verificherebbe quindi una mancata intersezione fra codici diversi i suoni delle parole e i loro aspetti visivi causando una lettura pi difficoltosa, ma comunque non impossibile. Alcuni dislessici sono infatti in grado di sviluppare valide strategie di compensazione e raggiungere i gradi pi elevati del sistema di istruzione.

Il campione era formato da 20 dislessici adulti reclutati fra studenti universitari e 23 controlli (individui non dislessici) con almeno 13 anni di istruzione scolastica. I test erano di quattro tipi: lettura di neologismi, percezione di stimoli legati al movimento, compiti uditivi fonologici e di apprendimento motorio. La scelta ricaduta su persone adulte per studiare la dislessia nella sua forma pi selettiva, in quanto il sistema cognitivo di un adulto pu considerarsi arrivato a maturazione: in et infantile a confondere le acque ci potrebbero essere ritardi transitori nella maturazione di sistemi non cruciali per l della lettura.

La ricerca, condotta dai ricercatori del Dipartimento di Psicologia dell di Milano Bicocca, stata pubblicata sulla rivista scientifica (L. Danelli, M. Berlingeri, G. Borghese, M. Lucchese, M. Price, E.

dati appena pubblicati suggeriscono che, per quanto possa sembrare ovvio, un deficit specifico nella lettura resta la migliore descrizione della dislessia almeno per quanto riguarda gli adulti spiega il professor Eraldo Paulesu, docente di Psicologia fisiologica all di Milano Bicocca con chiare implicazioni pratiche per le strategie di riabilitazione. Definire una persona perch non riesce in compiti motori potrebbe portare a errori nelle diagnosi e nella scelta delle terapie. Gli stessi risultati metterebbero quindi in discussione i tentativi di riabilitare pazienti dislessici utilizzando, per esempio, videogiochi basati essenzialmente su compiti puramente visivi e motori, ai quali sarebbe preferibile la logopedia, che enfatizza strategie di rinforzo nella creazione di corrispondenze fra i suoni delle parole e i simboli ortografici
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Cruce de historias, muchas de ellas falsas, como la del pastor evangelista que cont en la comuna que alguien tiene pensado montar en el Agnesi una carpa para hacer una misa al demonio; tampoco es cierta la historia que cuenta sobre un grupo de ricoteros que comi en una pizzera sin pagar y amenazando al due?o. Desde la distrital de polica del Este se?alaron que, hasta el momento, no ha habido inconvenientes con los ricoteros que acampan en el Agnesi: doce carpas ocupadas por unas 40 personas. Estn todos identificados resumen. Bottes UGG Ultra Shorton 03 Gen 2014 at 22:05
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Dal debito al credito pubblico: incubi, sogni e progetti (Nuova Secondaria)

di Luciano Corradini professore emerito di pedagogia generale nell’università di Roma Tre

“Un po’ con dolore un po’ con vergogna abbiamo vissuto in questi ultimi mesi una retrocessine evidente della nostra immagine nazionale, dovuta alla caduta del nostro peso economico e politico nelle vicende internazionali ed europee”. Così Giuseppe De Rita dà inizio al 45 Rapporto sulla situazione sociale del Paese, CENSIS, Angeli, Roma, 2011.

Da mesi leggiamo e ascoltiamo analisi sulle cause remote e prossime di questa

crisi finanziaria, che è mondiale ed europea, ma soprattutto italiana, e che ha prodotto e produrrà altri danni, forse di gravità estrema, secondo certe previsioni. Sembra che il cittadino comune non possa farci nulla, se non rassegnarsi a pagare tasse sempre più alte, in attesa che passi la nottata, o che si scateni lo tzunami della bancarotta. “I vescovi ci invitano ad avere speranza”, notava Giorgio Bocca, recentemente scomparso, sull’Espresso del 28 ottobre 2011.

Riteneva però di non poter accogliere l’invito, sulla base di questo giudizio: “l’impressione generale, scoraggiante, paralizzante è che sia troppo tardi per venirne fuori, le complicità sono troppe, le malversazioni di massa soffocanti, le occasioni di riscatto rare” “Sono le grandi dimensioni dei nostri attuali vizi, delle nostre pigrizie, delle nostre cattive abitudini a imprigionarci”.

In sostanza l’insipienza, l’impreparazione e l’incapacità politica avrebbero la loro radice in un tratto del nostro costume e della nostra mentalità.

“Il paese è bello, ricco di beni naturali, ma è molto difficile viverci per l’anarchia di chi ci abita. Per l’illusione costante di poter migliorare la società senza disciplina e senza sacrifici, per l’idea assurda che esista uno “stellone”, una garanzia di fortuna che spontaneamente risolve i problemi del paese”.

Questa “illusione costante” sarebbe frutto di una malattia di tipo socioantropologico, che Bocca ha cercato di approfondire nel saggio L’Italia l’è malada, Feltrinelli, Milano 2005.

Il basso continuo delle sue analisi dure e amare, si può riassumere nella tesi che “alla maggioranza delle persone va bene la rinuncia alla libertà, pur di non avere grane, pur di vivere tranquilli”. Non si tratta della “tranquillità dell’anima” nell’accezione di Seneca e di Democrito, che l’intendevano come frutto di rettitudine e di saggezza: si tratta piuttosto di sentirsi attaccati al particulare di Guicciardini, cioè al “farsi i fatti propri”, restando estranei o indifferenti al bene e al male comune e rimuginando la poco creativa domanda: “chi te lo fa fare?”.

Secondo questa prospettiva, il problema della crisi non sarebbe primariamente dovuto a fattori di carattere economico e finanziario, ma a fattori di carattere etico, psicologico, culturale.

La malattia finanziaria

Alla metafora della malattia, questa volta suo piano biologico, sono ricorsi anche alcuni ministri del Governo “tecnico” di Mario Monti, che hanno parlato di “cure da cavallo” necessarie per affrontare un accesso di “febbre” indotta dai mercati finanziari, che sono stati sul punto di perdere completamente la fiducia nella solvibilità del nostro debito “sovrano”. Se questo fosse successo, e se alle scadenze prefissate non si fossero più acquistati i nostri titoli di Stato, sarebbero venute meno le risorse necessarie a finanziare l’indispensabile spesa pubblica, e a evitare la bancarotta. Per ora, in seguito alla “manovra salva Italia” di Monti la febbre è calata, ma non è guarita la malattia: questa, detta in termini finanziari, è dovuta alla necessità di far fronte a un debito di quasi due mila miliardi di euro, con i relativi interessi, che superano gli ottanta miliardi l’anno. La primavera che ci attende non è tranquilla, se è vero che occorre collocare sul mercato 150 miliardi di titoli del debito.

La “febbre da cavallo” che abbiamo vissuto e per ora in parte superato, si misura col termometro dello spread, che è, come ormai noto, l’indicatore numerico che registra la distanza, a nostro svantaggio, della fiducia che i mercati hanno nei riguardi della solidità della nostra economia e della solvibilità del nostro debito, nei confronti della Germania. L’équipe “medica”, ossia il “Governo dei professori” guidato da Mario Monti, è stata invitata dal Presidente della Repubblica al capezzale dell’Italia gravemente ammalata di spread, e ha ottenuto la fiducia del Parlamento, nel pieno rispetto delle procedure previste dalla Costituzione. Anche la manovra d’emergenza proposta dal Governo, e in qualche modo concordata in sede parlamentare, è stata approvata con larga maggioranza, dovuta al convergere di forze di centro, di centro destra e di centro sinistra.

Alcuni sono fieramente ostili, altri rassegnati all’idea che il governo Monti faccia il “lavoro sporco”: in questo modo, pensano, i partiti potranno presentarsi alle prossime elezioni “con le mani pulite”, come se la medicina amara (tasse, tagli e allungamento del periodo di lavoro) non fosse stata resa necessaria dalla precedente incuria di chi doveva intervenire per tempo. Con questa logica, si dovrebbe considerare sporco anche il lavoro dei chirurghi, che invece è pulito e prezioso, quando salva una vita,
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togliendo di mezzo un cancro. Si tratta di vedere se il Governo Monti è stato chiamato a incidere nella carne viva per togliere di mezzo un cancro e per rinforzare le risorse dell’organismo indebolito, o per martirizzare un organismo sano, per nulla bisognoso di cure drastiche.

Fin qui abbiamo utilizzato la metafora della malattia fisica, che presenta un alto tasso di oggettività e di pericolosità, e che solitamente suggerisce ai malati di rivolgersi ai medici, non perché “non politici”, ma perché competenti e credibili, in materia di salute, più di coloro che non sono riusciti ad impedire l’emergenza. Su questa conclusione si è trovata d’accordo, sia pure con qualche riserva, un’ampia maggioranza bipartisan. Le opposizioni di destra e di sinistra, con argomenti simili, anche se con diversa violenza verbale, rimproverano il Governo di non avere risolto in un mese una malattia aggravatasi negli ultimi decenni, e di non meritare fiducia: meglio dunque andare alle urne, a qualunque costo.

Un precedente di vent’anni fa e le avvisaglie di una malattia sistemica

Non è la prima volta che le diagnosi sull’esistenza o meno del male e le terapie per curarlo entrano fra loro in conflitto. Molti ricorderanno il “settembre nero” del 1992, quando il nostro Paese rischiò la bancarotta. Il metodo “chirurgico” utilizzato dall’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato, che nel luglio era arrivato a prelevare il sei per mille dai conti correnti bancari, per “una situazione di drammatica emergenza della finanza pubblica”, e che poi promosse una manovra da novantatremila miliardi di lire, venne inteso da qualcuno come un atto di responsabilità, e dai più come una rapina. La maggioranza parlamentare e i sindacati accettarono la medicina amara, ma dovettero affrontare aspre contestazioni.

I lettori meno giovani di questa rivista ricorderanno che si parlò allora, e anche in anni successivi al ’92, di “volontariato fiscale”, relativamente al comportamento del sottoscritto, che aveva mandato una lettera al presidente Amato, impegnandosi a versare all’erario, oltre ovviamente alle imposte, il 10% del proprio stipendio di docente universitario. I versamenti mensili continuarono per un anno e mezzo.

Lo strano comportamento, scaturito da una particolare vicenda vissuta all’interno del CNPI, che non era riuscito a pronunciarsi in merito, era finalizzato a lanciare un allarme sul pericolo che si stava correndo, ad appoggiare un’antipatica ma necessaria operazione di finanza straordinaria, a denunciare le conseguenze nefaste della corruzione e dell’evasione fiscale, che stravolgono la vita economica, sociale e politica, a richiamare i politici ad una gestione più responsabile del bilancio statale e infine a dimostrare che si può campare anche con uno stipendio ridotto, se c’è di mezzo la salvezza del Paese.

Poiché eravamo nell’epoca di tangentopoli, il mio gesto venne considerato da molti velleitario e ridicolo, non solo per la sproporzione esistente fra un versamento individuale e un debito che allora era di unmilioneseicentomila miliardi di lire (oggi è quasi raddoppiato, essendo arrivato a quasi duemila miliardi di euro, in percentuale quasi il 120% sul PIL), ma per la scarsa fiducia che allora si nutriva (e anche adesso le cose non vanno meglio), nei confronti dei gestori del pubblico denaro. Questa situazione di reciproca incomprensione alla lunga diventa esplosiva. Questo debito è pubblico e non affare esclusivo dei tecnici dei Ministeri e dei parlamentari delle Commissioni Bilancio e Finanze e Tesoro; e i cittadini non sono croceristi ignari e indifferenti alle condizioni del carico della nave e di quelle del mare.

E’ apparso sempre più chiaro che il debito pubblico si trova nel punto d’incrocio fra due patologie, una di tipo economico finanziario, l’altra di tipo etico culturale. Toccava alla politica fare interventi tecnicamente provveduti, eticamente corretti e convincenti, per superare il muro d’incomunicabilità fra i cittadini e le istituzioni. Non si doveva rassegnarsi a mantenere uno Stato spendaccione che, quando si trova nei guai, “tosa la pecora”, e un cittadino che pensa ai fatti propri, mentre la nave rischia il naufragio.

Il rifiuto della terapia e la ricetta di Napolitano nel messaggio di fine anno

Il nostro problema era quello di superare la contrapposizione frontale tra uno Stato avvertito come onnipotente, cattivo e rapace, e un cittadino avvertito come buono, tartassato e quindi giustificato a ribellarsi e a evadere il fisco. In effetti sorsero allora diverse iniziative antitasse. Da parte di una forza politica, poi divenuta maggioranza, si promise che lo Stato non avrebbe mai “messo le mani nelle tasche degli italiani”. Il ministro Padoa Schioppa disse invece che le tasse sono “bellissime”, per le finalità sociali che consentono di raggiungere: e fu assalito da un coro di proteste. Difendendosi, aggiunse che sono gli evasori, non lo Stato a mettere le mani nelle tasche degli italiani.

Anche oggi ci sono forze che cercano di legittimare il rifiuto di pagare tasse sempre più alte, giungendo fino ad assumere atteggiamenti antistato. Si pensi da un lato a certe prese di posizione della Lega Nord, dall’altro a quelle del movimento dei cosiddetti Tea Party, d’impostazione neoliberista, che si rifanno all’esperienza della rivolta di Boston del 1773, contro la tassa sul te imposta dalla madrepatria inglese alle Colonie americane. Analoga imitazione del movimento americano (We are 99%) si è sviluppata col movimento dei “Draghi ribelli”, che contestano l’1% dei detentori della ricchezza, che si sono arricchiti provocando la crisi finanziaria del 2008.

Con prospettive simili, anche il movimento degli “indignados” spagnoli, giovani cui la crisi sta “rubando il futuro”, contesta il dovere di concorrere a pagare il debito sovrano, col motivo che i guai nascono dai banchieri e che il debito non l’hanno fatto i giovani. Non ci sono dubbi sulla loro non colpevolezza e sulle responsabilità delle generazioni adulte, in particolare di chi ha gestito la nostra finanza pubblica, e di coloro che gestiscono la finanza mondiale, spinti dal “desiderio morboso della liquidità”, come diceva Keynes. Il fatto è che questo debito esiste e che il non pagarlo significa rimanere senza la benzina necessaria alla vita economica del Paese. I più svantaggiati sarebbero ancora i meno protetti.

Nel suo messaggio di fine anno il presidente della Repubblica Napolitano ha detto che “il debito pubblico che abbiamo accumulato nei decenni, pesa come un macigno e ci costa tassi d’interesse pericolosamente alti”. Alle eccessive spese di Stato “si legano strettamente fenomeni di dilagante corruzione e parassitismo, di diffusa illegalità e anche di inquinamento criminale”. A questi si unisce “l’altra grande patologia italiana: una massiccia, distorsiva e ingiustificabile evasione fiscale”. Fra le terapie il Presidente cita la “puntuale revisione e riduzione della spesa pubblica corrente, anche se ciò comporta rinunce dolorose per molti a posizioni acquisite e a comprensibili aspettative”. Non vale dunque rivendicare i cosiddetti “diritti acquisiti” di navigazione,
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quando si rischia il naufragio.

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Milano Rho, Tempo di libri, soddisfatti gli organizzatori della prima edizione

Chiude con 60.796 presenze in Fiera, cui se ne aggiungono 12.133 nelle 100 sedi del Fuori Fiera, la prima edizione di Tempo di Libri, la Fiera dell’Editoria Italiana organizzata da La Fabbrica del Libro e che ha animato i padiglioni 1, 2 e 4 di Fiera Milano Rho dal 19 al 23 aprile. Inaugurata dal Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo Dario Franceschini, insieme al Presidente di Regione Lombardia Roberto Maroni, al sindaco di Milano Giuseppe Sala, con Roberto Rettani, Presidente Fiera Milano, Federico Motta, Presidente Associazione Italiana Editori e Renata Gorgani, Presidente La Fabbrica del Libro, Tempo di Libri ha conquistato gli editori con i suoi spazi innovativi e accoglienti, una logistica funzionale e un design originale che ha conferito personalità a tutti gli stand, dimostrando una volta di più il livello di avanguardia delle strutture di Fiera Milano e della sua efficienza organizzativa.

Il mondo delle storie attraversate dall’alfabeto si è dipanato su 35mila mq e ha visto la partecipazione di 552 editori, grazie ai quali personaggi, racconti, testimonianze e voci si sono distribuiti in 720 eventi con 2.000 ospiti in Fiera e oltre 100 appuntamenti Fuori Tempo di Libri, tra Milano, Rho, Sesto San Giovanni e Monza.

Soddisfazione da parte degli organizzatori: “Dopo oltre 60 anni è avvenuto un altro ‘Miracolo a Milano’: gli editori e i lettori si sono trovati a Tempo di Libri, che è già una realtà nella vita culturale della città. Di qui la volontà di impegnarsi ancora di più e fin da subito per la seconda edizione, che si svolgerà nella primavera 2018, sempre nei padiglioni di Fiera Milano Rho. Le date saranno comunicate entro fine maggio, coerentemente con i colloqui avuti con il Ministro Dario Franceschini e con la Sindaca di Torino Chiara Appendino”. Palacio, Patrizia Paterlini Bréchot, Francesco Piccolo, Roberto Piumini, Massimo Recalcati, Clara Snchez, Roberto Saviano, Luis Seplveda, Walter Siti, Licia Troisi, Andrea Vitali, Irvine Welsh, Abraham Yehoshua. Non sono inoltre mancate le presenze istituzionali come il Presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani, il Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini, il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli. Tempo di Libri ha offerto anche una finestra sulle attività e i contenuti di alcuni festival che si sono raccontati in Fiera: il Festival Isola delle Storie di Gavoi, il Festival della Mente di Sarzana, pordenonelegge, le Lezioni di Storia, Letterature Festival Internazionale di Roma, scrittorincittà, Leggermente, Liberodiscrivere e FLA Pescara Festival. Nell’ambito del programma ragazzi, fondamentali sono state le partnership tra la Fiera e Lucca Comics Games e i laboratori in collaborazione con Focus Junior, Sale e con la redazione di Topolino.

stata un grande successo la prima edizione del MIRC Milan International Rights Center (dal 19 al 21 aprile nel padiglione 1): oltre 500 partecipanti, da 34 Paesi, e più di 6.500 appuntamenti. I 170 operatori stranieri e gli oltre 330 italiani hanno avuto agende fitte e numerose occasioni di consolidare rapporti già avviati ed esplorare nuove opportunità di business. I 700 mq di Tempo di Libri A Tavola, dedicati al mondo dell’enogastronomia, con showcooking e laboratori per tutti, editoria di settore, incontri con gli chef e degustazioni sono stati molto frequentati. Disegni milanesi di Carlo Emilio Gadda e Totò il buono di Cesare Zavattini (da cui Vittorio De Sica ha tratto il film Miracolo a Milano). Da venerdì 21 a ieri, Tempo di Libri e RadioCity si sono incrociati e si arricchiti a vicenda, con appuntamenti in Fiera e nell’UniCredit Pavilion (in piazza Gae Aulenti, con strutture realizzate grazie al contributo di Fiera Milano), tra cui due grandi eventi in esclusiva per la prima edizione della Fiera che si sono svolti sabato 22, Diego Bianchi con il suo Zoro Live con tutta la banda di Gazebo di Rai3 e Webnotte condotto da Ernesto Assante e Gino Castaldo, con ospiti scrittori e cantanti, e la festa finale di ieri sera, in occasione della Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, 23. Resistenze. Come la radio e i libri aiutano a resistere, una grande maratona di letture con scrittori e dj musicate in diretta da Saturnino, dedicata a tutte le forme di resistenza, come quella delle popolazioni del centro Italia colpite dal terremoto, che sono state rappresentate dal Sindaco di Amatrice.

Altissima l’attenzione da parte dei media, che hanno accompagnato la Fiera sin dalla conferenza stampa di annuncio (il 5 ottobre 2016) fino ad oggi, con oltre 3.000 riscontri fra articoli cartacei e online, servizi radio e tv (tra i quali lo speciale di Rai 5 dedicato a Tempo di Libri e che è andato in onda ieri sera). Le 5 giornate di Tempo di Libri sono state seguite in diretta da Tempo di Libri da 2.900 accreditati, tra press e media service, che hanno frequentato un Club Stampa elegante, spazioso e accogliente (realizzato da Scalo Milano) che è stato il salotto della Fiera. Per Tempo di Libri ha lavorato una squadra di 102 persone.

Tempo di libri è una manifestazione di La Fabbrica del Libro; promossa da AIE Associazione Italiana Editori e Fiera Milano; sotto gli auspici del Centro per il libro e la lettura; in collaborazione con Regione Lombardia, Comune di Milano, ALI Associazione Librai Italiani e AIB Associazione Italiana Biblioteche; con il patrocinio di MIBACT Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, MIUR Ministero Istruzione, Università e Ricerca, MiSE Ministero dello Sviluppo Economico, Città metropolitana di Milano, Comune di Monza, Comune di Sesto San Giovanni e Comune di Rho; con il supporto di BookCity e RadioCity; main media partner RAI; media supporter Giornale della Libreria, Sale e Radio Popolare; technical partner Rotolito Lombarda, LAGO, Scalo Milano, Acqua Sparea. Tempo di Libri partecipa ad Aldus, la rete europea delle fiere del libro cofinanziata dalla Commissione Europea nell’ambito del programma Europa Creativa e coordinata da AIE.

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I militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Trieste sono riusciti ad individuare e a smantellare un importante canale di approvvigionamento di merce contraffatta sull’asse nord sud Europa, riuscendo ad effettuare, dopo un’intensa attività investigativa che in due giorni ha condotto gli investigatori dai confini con la Slovenia sino ad Aversa, un rilevante sequestro di capi di abbigliamento ed accessori di lusso contraffatti delle note griffe Moncler, Peuterey, Nike, Hogan, Fred Perry, La Martina, Burberry e Luis Vuitton.

Le indagini dell’operazione ‘150’, così denominata in quanto avviata il giorno della recente festa nazionale dell’Unità d’Italia, condotte sotto la direzione del sostituto procuratore Milillo della Procura della Repubblica di Trieste, sono partite grazie alla predisposizione di controlli pianificati che hanno portato all’individuazione al valico di confine di Fernetti (TS) di un autocarro proveniente dalla Romania con a bordo 2 soggetti di nazionalità rumena. Quest’ultimo trasportava, abilmente nascosto dietro un carico di copertura costituito da abiti da lavoro, un ingente quantitativo di merce contraffatta, pari ad oltre 4000 pezzi, formato da capi di abbigliamento di prestigiose marche accuratamente riprodotte. La documentazione giustificativa del trasporto era, ovviamente, non veritiera.

I finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Trieste e quelli della Compagnia di Prosecco, al cui Comando è la Tenente Francesca Ghiotto che ha diretto tutta la fase esecutiva della complessa operazione, sono riusciti, pertanto, grazie all’utilizzo di nuovi strumenti investigativi introdotti alla fine di luglio del 2009 che consentono il ritardo del sequestro in simili circostanze, nonché alla perfetta sinergia e collaborazione con la Guardia di Finanza del luogo di destino, ad effettuare ulteriori delicate attività investigative, che hanno permesso di ricostruire il canale utilizzato per il traffico illecito. E’ stato, difatti, possibile individuare ad ottocentosessanta chilometri di distanza, in provincia di Caserta, ad Aversa, con la collaborazione delle Fiamme Gialle campane in stretto coordinamento con quelle giuliane, il laboratorio cui era destinata la merce contraffatta intercettata al confine di Stato. In tale locale, ove venivano assemblate le materie prime per realizzare la contraffazione, sono stati scoperti ulteriori 1300 capi di abbigliamento ed accessori contraffatti e si è proceduto all’arresto di un responsabile ed alla denuncia di altri tre soggetti, oltre i due conducenti rumeni, che erano pronti a ricevere il carico illecito. Il valore di mercato stimato complessivo dei prodotti sequestrati ammonta ad oltre ottocentomila euro.
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